La vita, si sa, è costellata di piccoli e grandi equivoci, di promesse sussurrate e di debiti che, talvolta, sembrano svanire nel nulla. Ma quando questi equivoci si intrecciano con le dinamiche familiari, con l'affetto tradito e con le convenzioni sociali, il risultato può essere una storia che, per quanto umoristica, porta con sé un retrogusto amaro, un monito sottile sulla fragilità delle relazioni umane e sulla sottile linea che separa la generosità dall'opportunismo. Questo racconto si dipana attraverso le parole di un mittente anonimo, rivolte a un certo Gaetano Bernetti, e getta luce su un episodio particolare che coinvolge il figlio di quest'ultimo, Peppe, e il narratore stesso.

Un Debito di Gratitudine e un Invito a Tavola

L'amicizia, si sa, nasce spesso da circostanze fortuite e da gesti di reciproca necessità. Nel passato, un concatenarsi di eventi avversi aveva spinto il narratore a cercare un rifugio e un sostentamento dignitoso, ma compatibile con la sua precaria condizione economica. I suoi parenti, residenti a S. Lorenzo in Lucina, gli offrirono vitto, ma mancando ancora un tetto, si rivolsero al figlio di Gaetano Bernetti, Peppe, affinché trovasse una camera per lui presso i Padri Cappuccini. Grazie ai buoni uffici di Peppe e all'intervento altrettanto efficace di Padre Lodovico Micara, l'alloggio fu concesso. Fino a questo punto, il narratore nutriva per Peppe una profonda gratitudine, che egli ricambiava con sincerità.

Una volta accolto presso i Cappuccini, Peppe iniziò a invitare il narratore alla sua tavola. Inizialmente, questi inviti furono accolti con piacere e senza esitazione. Tuttavia, quando gli inviti divennero frequenti, il narratore iniziò a declinare, preoccupato per l'eccessiva spesa che Peppe avrebbe sostenuto e per il potenziale malcontento che ciò avrebbe potuto generare in lui e nella Signora Teresa. Peppe, tuttavia, insisteva, affermando che il suo peculio personale, ereditato dal nonno, poteva essere impiegato a suo piacimento, senza che i genitori avessero motivo di dolersi.

Nonostante le rassicurazioni, il narratore persisteva nel suo rifiuto, e più di una volta i due ebbero delle discussioni riguardo a questi pranzi, dei quali il narratore riteneva di non aver gran bisogno, potendo riceverli in egual modo, e senza alcun obbligo, dallo zio. Lo zio e la sua famiglia furono testimoni della resistenza con cui il narratore accettava i favori di Peppe, favori che gli sembravano allora indicare un cuore genuinamente ben disposto e amico. Ogni sera, dopo cena, il narratore cenava ancora con Peppe, ma solo perché una certa delicatezza da parte di quest'ultimo lo rassicurava sul fatto di non causargli alcun aggravio, dato che la cena proveniente da casa era abbondante al punto da poter saziare comodamente non uno, ma due commensali. Questo dettaglio, sottolinea il narratore, serve a introdurre ciò che seguirà, non a sminuire la benignità dell'atto di Peppe, che gli era sembrata, e sarebbe sembrata a tutti, pura amorevolezza. In quel periodo, il narratore donò a Peppe una borsa da denaro.

Uno Scudo Promesso e un'Attesa Infinita

Le cose proseguirono in questo modo finché il narratore si trovò nella necessità di uno scudo per portare a termine un progetto, che Peppe stesso avrebbe potuto chiarire, se solo il narratore non avesse voluto essere conciso. Eseguito il progetto, e pagato lo scudo, che Peppe possedeva ma era destinato ad altri usi di maggior rilievo, Peppe assicurò al narratore che a casa gli avrebbe dato la somma necessaria, senza la cui sicurezza il narratore non si sarebbe mai indotto a compiere un passo che, alla fine dei conti, non era di vitale importanza.

Giunti a casa, Peppe poco dopo finse di essere uscito. Il narratore lo credette, ma udendolo muovere, seppur con qualche precauzione, la maniglia della sua porta, uscì dalla sua stanza e lo vide entrare in camera. Lo chiamò, ma Peppe, frapponendo un ostacolo al saliscendi, rispose: "un momento". Il narratore attese fuori per tre quarti d'ora, appoggiato alla porta, leggendo un libro per divagarsi e non perdere la pazienza. Ma alla fine, persa questa, bussò dodici volte. La risposta che giunse fu: "Ella Signor Gaetano?". Era Peppe Bernetti. A quel punto, il narratore partì con le lacrime agli occhi e il veleno nel cuore, confessando di non voler più parlare di un caso che ancora lo accendeva.

Un Regalo Inaspettato e una Verità Scomoda

Vennero tempi in cui, per ragioni familiari, Gaetano Bernetti e sua moglie entrarono in discussione con il loro figlio. In quel periodo, non ricevendo più da loro le stesse elargizioni di denaro, Peppe si trovò in qualche bisogno. Cogliendo con gioia un'opportunità per dimostrargli un tratto di riconoscenza, il narratore gli offrì con il cuore la metà di sette scudi che gli erano stati pagati da un certo Lorenzo Cervia per lavori di contabilità. Peppe, in verità, rifiutò la somma, prendendo solo due paoli per pagare un fabbro o un falegname a cui doveva una somma eguale, e altri sei paoli per le sue minute necessità. Promise di restituire il denaro, ma poi se ne scordò, o volle scordarsene, e il narratore ritenne doveroso non parlargliene più. In quei giorni, gli regalò centoventi vedute di Roma.

Un piccolo ordine nei suoi interessi gli presentò l'opportunità di lasciare il soggiorno dei Cappuccini, soggiorno che già il Generale dell'Ordine voleva togliergli. Partì, ma rimase sempre amico di Peppe, presso il quale si recava di tanto in tanto. Giunto il giorno in cui Peppe condusse con sé Gaetano a Bologna, e il giorno successivo in cui ambedue fecero ritorno, Peppe comunicò il matrimonio che aveva deciso di contrarre con la giovane Carradori della Marca. Fu allora che il narratore divenne segretario di Peppe, mentre quest'ultimo aveva l'incarico di scrivere una buona somma di lettere: una parte destinata a coltivare le amicizie contratte nel suo viaggio, e un'altra a condurre la "macchina nuziale" che si era prefissato.

Ma qui è il momento di raccontare come, circa un anno prima di questa epoca, il narratore avesse prestato sei scudi a un certo Ciotti, richiestigli per fare un viaggio. Ciotti, partendo, incaricò suo padre, domiciliato a Roma, di restituirli, ma quest'ultimo si rifiutò categoricamente di compiere un atto di tale equità. Il narratore fu costretto, seppur infruttuosamente, a scrivere al figlio lettere reiterate per ottenere il rimborso di una somma a lui assolutamente necessaria. Ciotti non rispose, viaggiò, e il narratore non ne seppe più nulla.

Tornando al proposito, Peppe, rientrato da Bologna, manifestò di aver trovato a Loreto un certo Ciotti, che lo aveva molto ben servito presso la contessa, e con il quale voleva mantenere un carteggio affinché continuasse a essergli un mediatore e interprete nell'affare. Udito il nome di Ciotti, il narratore fece a Peppe varie domande per accertarsi dell'identità di questi con il Ciotti a cui aveva prestato il denaro. Avendo rilevato dalle risposte di Peppe che si trattava della stessa persona, lo informò del fatto accaduto tra loro e della sua determinazione a volergli rammentare il suo debito. Peppe, tuttavia, temendo che Ciotti, sospettando che le informazioni sulla sua dimora attuale fossero giunte da lui, gli ricusasse per vendetta gli aiuti che sperava, lo pregò di desistere dal suo proposito, assicurandogli che lui stesso, entro due giorni al più, lo avrebbe soddisfatto della somma dovutagli da Ciotti. Somma che, diceva, si sarebbe poi trattenuta in un affare che il padre dello stesso Ciotti aveva affidato a Gaetano Bernetti.

Il narratore trovò buono il partito, non scrisse a Ciotti, ma continuò a scrivergli lettere, che Peppe ricopiava per suo conto. Continuò a scrivere altre lettere a conti, marchesi, contesse, marchesane, ad altri nobili e plebei; continuò a scrivere processi alla Contessina Carradori; insomma, rimase aspettando il risultato della promessa di Peppe per due lunghi mesi, senza che quest'ultimo gliene facesse più parola e senza che mai finisse il suo impiego di segretario. Finalmente, gli ricordò ciò che doveva ricordargli. Fu allora che il Signor Giuseppe rispose che il narratore era libero di scrivere a Ciotti, giacché, cessata la probabilità del matrimonio, non temeva più che questi potesse intorbidirglielo.

La Questione dell'Abiti: Un Dettaglio Cruciale

"Ecco una bella azione da bagherino!", esclama il narratore, riferendosi a Bernetti che, per redimere il suo onore in un fatto che tanto glielo adombra, invece di sei scudi, gli avrebbe regalato un vestito. Il dono del vestito è vero, ma le circostanze sono diverse. Peppe inventa di averglielo dato nuovo e buono, ma il narratore risponde che era di un cattivo panno rivoltato e ritinto. Tanto ciò è vero, afferma, che portando per la vecchiaia un flagello di tarlature, queste scoprivano la corda del panno molto più chiara del pelo esterno, dal che è facile rilevare che fu tinto con un colore più scuro di quello che il panno aveva in origine.

Ma non è questa la circostanza più solenne che il narratore si prefigge di prendere di mira; eccola. Bernetti vuole averglielo donato in luogo dei sei scudi - una falsità clamorosa, un'invenzione artificiosa, ma di uno sciocco artificio. Il vestito, infatti, il narratore lo aveva ricevuto due mesi prima che Bernetti partisse da Roma, e in un tempo in cui egli stava ancora ai Cappuccini.

Il narratore spiega come andarono le cose: Bernetti gli macchiò una sera di olio il suo unico abito. Macchiatosi l'abito, ne ingombrò le imbrattature di raditura di muro e diede al narratore un suo vestitaccio (quello di cui si parla) da portare finché il gesso avesse interamente assorbito l'olio di cui era coperto. Una volta restituito l'abito, Bernetti richiese il suo, e il narratore glielo restituì. Finita qui. Ma volendo il narratore, giorni dopo, far dare dal sarto una restauratina al suo abito, che ne aveva anzi che no bisogno, pregò Peppe a prestarti nuovamente quello suo, e questi urbanamente gli concesse la grazia. Tornato l'abito dal sarto, il narratore pagò alcuni paoli del suo e restituì a Peppe l'abito provvisorio, che gli fu anzi richiesto da quest'ultimo prima che avesse avuto agio di adempiere al suo preciso dovere.

Passarono molti giorni finché una mattina, lamentandosi il narratore della sua mala sorte e dell'impotenza di farsi un paio di stivali per rimpiazzare i suoi invalidi alla fatica, Peppe gli disse che invece di stivali gli avrebbe donato un vestito. Cercò, ricercò nel suo guardaroba e finalmente, com'è naturale, la scelta cadde sopra l'abito peggiore, quel tale abito di ripiego, che si vuol far passare per nuovo. Fatto stimare da una ebrea d'ago d'oro, lo apprezzò tre paoli, o per dir meglio, tre giuli.

"Or presto a bomba che si raffreddano i ferri. E come può star salda la faccia di un uomo, mentre la bocca profetizza menzogne simili e somiglianti imposture?" si interroga il narratore. Parla della menzogna grossolana e marchigiana, dell'abito donato nel tempo del ritiro di Peppe e del narratore, una rappresentanza dei sei scudi promessi dopo il felice viaggio a Bologna. In primo luogo, il narratore non sarebbe stato di pasta così tenera da sorbirsi tre paoli per sei scudi. Secondariamente, allorché chiese a Peppe qualche novità sui sei scudi promessi e svaniti, questi non gli avrebbe altrimenti risposto che era libero di scrivere a Ciotti, ma sarebbe stato sollecito a porgli innanzi agli occhi il vestito, che, secondo quanto dice adesso, doveva avergli regalato poco prima. Ma forse un misto di delicatezza e moderazione lo avranno in quel momento ritenuto dal fargli una risposta che ora né moderazione né delicatezza gli fanno risparmiare. E sono medesime le circostanze, giacché sei scudi gli chiedeva allora, quattro gliene chiede adesso - miserabili quattro scudi dei quali narrerà la storia, e per i quali Peppe non ha temuto né teme d'inguriare un amico, trattandone la fama come si tratterebbe una ciabatta o il lezzo stomachevole delle cloache.

Un Carattere Sotto la Lente: Passioni e Interessi

Prima però di scendere a cosiffatta narrazione, il narratore ritiene non fuori di proposito mandare innanzi un altro raccontuccio curioso, il quale potrà, se non altro, dare un'idea del peso morale di un personaggio che, essendo nel caso in questione il protagonista della commedia, può pretendere (e lo merita) che il suo carattere sia ben dettagliato, posto nel vero suo lume e colorito scrupolosamente sin che vi siano colori sulla tavolozza.

Chi ignorerà, si chiede il narratore, essere stato Peppe coinvolto in una passione che per più anni lo ha dominato, diretto, informato? Ora ascolti, Signor Gaetano gentilissimo: questa passione gagliarda, lunga, imperiosa; questa passione che ha dato luogo a fatti seri; questa passione che ha resistito a consigli, rimostranze, a rigori tutti paterni - che è un bel dire; questa passione infine che pareva inestinguibile, almeno per forza umana - questa passione vide l'interesse e si estinse.

Peppe partì da Roma innamorato morto d'una; tornò da Loreto innamorato morto di un'altra. E chi fece il miracolo? Venticinquemila scudi, che si speravano di dote. Ed eccoti altre smanie, eccoti nuove impazienze, eccoti diversi accecamenti; la prima donna affatto dimenticata, tutti pensieri per la seconda. Ma questo, per avventura, non è biasimevole, giacché il cuore umano, rassomigliando in tutto ad un barometro, è così esso soggetto ad ogni minima esterna impressione, che se incostanze di tal natura son difetti, se ne incolpi più la umana costituzione che l'umano carattere.

Si maneggiò, come detto sopra, l'affare, si trattò calorosamente il matrimonio, ma questo non volle accadere e si finì. Sgombrato così il cuore da una passione che una certa specie di speranza vi aveva solamente intromessa, si trovò subito suscettibile di nuovi riempimenti, ed eccoti in ballo l'amore antico che ali riprende e vigore.

Giunge la nuova che l'amata si dona ad altro marito; si chiede a Peppe un certo consenso che si diceva abbisognare; Peppe lo nega; l'autorità paterna ci mette le mani; è prestato il consenso fatale; si fa segreta l'istanza per un'accettazione ai Camaldolesi di Frascati; si ottiene; si sta per partire; il narratore riceve l'ultimo amplesso dell'amicizia; pianti, disperazione, convulsioni, diavolerie, e tutto questo in pochissimi giorni. Finalmente, il giovedì, un improvviso sgorgo di sangue arresta e partenza e progetti. Il sangue cresce; si affaccia una certa tossetta; il venerdì si cammina curvo, col volto giallo e nero; le forze si indeboliscono; si incomincia a disperare della salute.

Il narratore, che vede tutte queste cose, si intenerisce, scorda i passati torti e va il venerdì notte a fare la nottata al malato, portandogli biscottini e altro, delle quali cose, però, ricevette pagamento.

Un Piano Notturno e un Travestimento

"Ora senta questache è bernesca o bernottesca davvero", esordisce il narratore. Giunto ai Cappuccini, gli viene avanti non un uomo, ma una larva: fiacca, sparuta, e questa era Peppe, che lo abbraccia e gli confida dover uscire la notte per condursi ad un abboccamento che doveva essere l'ultima consolazione della sua vita. Il narratore gliene mostra i pericoli e le difficoltà, ma tutto è inutile: il bisogno d'abboccarsi era forte, e perciò, invece di cedere, chiese a Peppe soccorso. Non sapendo che fare, il narratore glielo promise, ed ecco come fece.

Andò giù dal portinaio, Fra Bernardo, che è un buon fraticello, e gli sciorinò la seguente novelletta: "Fra Bernardo mio, ho bisogno di un piacere." - "Comandi, Signor Giuseppe" - (perché il narratore si chiama Giuseppe) - "Dovendo domani prima di giorno andare qui vicino in un luogo, così per tollerare meno incomodo resto questa sera a dormire con Peppe, e domani quando sarà ora verrò giù, vi desterò, e voi che siete tanto buono mi farete il favore di aprirmi la porta, affinché possa uscire." Il frate rispose di sì, ed il narratore tornò su. Si cenò e dopo molte chiacchiere, raggirate tutte sopra un soggetto, si andò vestiti a prendere un po' di riposo. Battuta l'ora designata per l'abboccamento, si alzarono. Peppe prese il suo ferraiuolo, il narratore prese il suo, e così travestiti scesero le scale…

Illustrazione di un monaco che bussa alla porta di una cella

Discorso sull'amicizia.

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