Il termine "antropologia" affonda le sue radici nel greco antico, derivando da "ἄνθϱωποϚ" (uomo) e "λόγοϚ" (discorso). Parallelamente, "etnologia" proviene da "ἔθνοϚ" (popolo o razza). Sebbene questi termini siano intimamente legati allo studio dell'umanità, il loro impiego storico ha conosciuto sfumature e definizioni divergenti, riflettendo le evoluzioni del pensiero scientifico e filosofico. In Europa, l'antropologia fu inizialmente circoscritta agli aspetti biologici dell'uomo, venendo classificata prevalentemente tra le scienze naturali. Al contrario, in Nord America, la disciplina abbracciava un campo più vasto, articolato in quattro branche principali: antropologia fisica, antropologia socioculturale (spesso equiparata all'etnologia), archeologia e linguistica antropologica.

Statua greca di un uomo

L'etnologia, in particolare, vide il suo utilizzo ampliarsi significativamente a partire dal 1840. In questo periodo, iniziò a essere intesa come lo studio onnicomprensivo delle popolazioni umane, esaminando le loro caratteristiche fisiche, psicologiche, linguistiche, culturali e i loro movimenti migratori. Mentre alcuni studiosi limitavano il suo campo d'indagine ai popoli preindustriali, figure come F. Boas, nel 1888, ne proposero una visione più estesa: la concezione dell'etnologia come una storia generale dell'umanità, che abbracciava tutti gli aspetti, dal fisico al culturale, dalle ere glaciali fino al presente. Pochi anni prima, E. B. Tylor aveva già impiegato il termine "antropologia" per descrivere un'indagine di simile portata.

Gli etnologi, mossi da un'ambizione scientifica, si sforzarono di elevare la loro disciplina a vera e propria scienza, rivendicando la cultura come suo oggetto d'indagine primario. Il loro lavoro si concentrò sullo studio dei processi culturali, cercando di ricostruire l'espansione storica e territoriale delle diverse culture. Questo approccio implicava l'individuazione, nelle varie aree geografiche, della presenza o dell'assenza di specifici elementi e complessi culturali. A partire dagli anni '30 del XX secolo, l'etnologia orientò la sua attenzione verso la comparazione di culture etnograficamente e storicamente documentate. L'influenza dell'antropologia culturale americana e dell'antropologia sociale inglese contribuì a definire l'etnologia in Italia con un'accezione simile a quella nordamericana. Non a caso, nella letteratura antropologica statunitense contemporanea, si preferisce parlare di "antropologia culturale" piuttosto che di "etnologia".

Gli sviluppi dell'antropologia come scienza generale dell'uomo sono profondamente legati agli orientamenti filosofici, alle teorie sociali e alle scoperte biologiche che hanno accompagnato l'espansione industriale e il progresso scientifico in Europa. Queste correnti di pensiero hanno offerto nuove prospettive sull'uomo, considerato sia come essere fisico sia come artefice di società e culture. Tuttavia, la contrapposizione tra dati biologici e socioculturali, e le relative spiegazioni causali, portarono spesso l'antropologia fisica e l'etnologia a percorrere strade separate, talvolta entrando in conflitto riguardo all'influenza predominante dei fattori biologici o culturali sul comportamento umano.

Diagramma che mostra le diverse branche dell'antropologia

L'evoluzione dell'antropologia e dell'etnologia fu alimentata dagli sforzi congiunti di naturalisti, anatomisti, medici, filosofi, storici, teorici della società e della politica, ecclesiastici e insegnanti. Questi studiosi si dedicarono a definire l'uomo come un essere in continua formazione storica. Alcuni vedevano in questo processo un disegno divino, altri le leggi inesorabili della natura, relegando così la figura divina in secondo piano o negandone l'esistenza. La storia dell'umanità veniva interpretata come una progressione di realizzazioni creative, che si evolvono gradualmente dal semplice al complesso, dal rudimentale al perfezionato. Questa prospettiva aprì la strada a una vasta gamma di osservazioni, riflessioni e deduzioni sulla natura umana. L'uomo veniva considerato un essere dotato di capacità fisiche, intellettuali, morali e sociali, suscettibili di miglioramento attraverso il progresso della qualità della vita sociale.

I Greci antichi furono tra i primi a indagare i legami intrinseci tra natura umana, società, geografia e clima. Essi enfatizzarono l'idea di una gerarchia di parti fondata sulla funzione, sull'armonia e sullo scopo ultimo, sostenendo il primato del sistema, inteso come un tutto organico, sulle sue singole componenti.

Nel XVIII secolo, mentre si riscopriva e si rielaborava l'eredità dell'umanesimo, della filosofia e della scienza greca, gli intellettuali di quest'epoca si trovarono alla vigilia di sviluppi epocali. La Rivoluzione Industriale stava trasformando radicalmente il mondo, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico e sociale. I progressi scientifici compiuti da figure come Copernico, Galileo, Newton, Boyle e Descartes infondevano una nuova fiducia nelle capacità umane, prospettando un futuro libero dalle catene dell'ignoranza e della superstizione. La scienza rivelava l'esistenza di leggi naturali che, se comprese e applicate, avrebbero permesso all'umanità di diventare padrona del proprio destino. La scoperta di queste leggi naturali diede origine a un nuovo materialismo che rafforzava la fiducia in sé dell'uomo, mentre la natura assumeva un ruolo centrale, e la figura di Dio si ritraeva progressivamente sullo sfondo. La scienza del XVIII secolo giunse a considerare ogni aspetto della realtà - il cosmo, l'uomo, la società e la divinità - come oggetti suscettibili di descrizione e analisi basate sui loro attributi, strutture, funzioni, processi ed effetti sull'uomo e sulla vita terrena.

Illustrazione dell'espansione industriale

Si affermò l'idea che tutti gli uomini appartenessero alla medesima specie, l'Homo Sapiens. All'interno di questa specie, si distinguevano le varietà caucasiche dell'Europa, i nativi americani, le popolazioni brune dell'Asia e i neri d'Africa, mentre i trogloditi venivano talvolta posti al confine con le specie inferiori. L'uomo veniva quindi considerato un animale tra gli altri. Seguendo la "grande catena dell'essere", Linneo trovò difficoltà a stabilire, secondo principi tassonomici rigorosi, se l'uomo fosse una "scimmia-uomo" o un "uomo-scimmia". J. Blumenbach, nel 1775, colpito maggiormente dalle capacità razionali, discorsive e manuali dell'uomo, e dalla sua intrinseca vulnerabilità di fronte alle aggressioni della natura, decise di collocarlo in un ordine tassonomico distinto: quello dei Bimani. Il Creatore, secondo questa visione, aveva destinato l'uomo a vivere in società, utilizzando strumenti, linguaggio e ragione.

Gli scienziati del XVIII secolo definivano le razze in modo tipologico, aggregando caratteristiche eterogenee, alcune delle quali misurabili. Alcuni studiosi sostenevano che le diverse varietà umane derivassero da un tipo originario attraverso modificazioni ambientali, mentre altri ritenevano che ciascuna varietà costituisse una specie distinta, formata per o da un ambiente specifico. La controversia tra monogenesi (discendenza da un'unica origine) e poligenesi (discendenza da origini multiple) ebbe dunque origine in questo secolo, sebbene l'idea di poligenesi fosse già emersa durante il Rinascimento.

Si ipotizzava che le moderate difficoltà ambientali dei climi temperati stimolassero al meglio le potenzialità umane, inclusa l'aspirazione alla libertà e all'indipendenza. Al contrario, gli estremi del gelo artico e del calore tropicale sembravano limitare gravemente le capacità fisiche, morali e intellettuali dell'uomo. Come fece notare Charles Darwin nel suo saggio del 1871, gli scienziati non erano riusciti a stabilire con certezza se l'uomo dovesse essere classificato come "una singola specie o razza, o due (Virey), tre (Jacquinot), quattro (Kant), cinque (Blumenbach), sei (Buffon), sette (Hunter), otto (Agassiz), undici (Pickering), quindici (Bory St. Vincent), sedici (Desmoulins), ventidue (Morton), sessanta (Crawfurd), o sessantatre (Burke)". Con alcune notevoli eccezioni, i sostenitori della poligenesi concepivano il rapporto tra le "razze" e l'ambiente in termini di superiorità e inferiorità.

Il nascente nazionalismo dell'epoca alimentò anche il tentativo di identificare le razze attraverso tipologie craniche. Venne attribuita alle tribù nomadi dei Germani la diffusione dell'idea di libertà tra le popolazioni franche e britanniche sottoposte al dominio romano. Durante la Rivoluzione Francese, l'abate Sieyès utilizzò politicamente le differenze "razziali" per caratterizzare il Terzo Stato, identificato con gli antichi Galli, in contrapposizione ai nobili di origine franco-germanica.

J.-B. Lamarck, nel 1801, fu il primo a mettere in discussione l'idea che una specie potesse modificarsi nella forma senza variare nella struttura. Egli postulò che la vita, partendo dagli organismi semplici, si evolvesse attraverso una successione di specie sempre più complesse, e che risalendo ai progenitori si sarebbero trovate forme radicalmente diverse da quelle attuali. Nel 1813, J. C. Prichard introdusse l'idea di un'evoluzione intraspecifica, associando le modificazioni nella struttura cranica e nella razza all'evoluzione dei modi di vita. Prichard considerò i cacciatori prognati africani come il prototipo da cui sarebbero derivati i piramidocefali della Mongolia e altre popolazioni di allevatori, così come gli agricoltori asiatici dal cranio ovale e gli europei dal cranio ellittico.

La contrapposizione tra l'idea di mutamento attraverso processi naturali e quella attraverso interventi catastrofici della divinità, tra la concezione di sistemi in equilibrio statico e sistemi in evoluzione, si rivelò cruciale per le teorie geologiche. Nel 1785, James Hutton respinse la teoria del catastrofismo, affermando che la Terra aveva subito mutamenti nel passato per l'azione di agenti naturali come vento, pioggia, gelo e maree, e attraverso processi di sedimentazione ed emersione di terre, analogamente a come tali fenomeni continuano a trasformare la superficie terrestre giorno dopo giorno. Le ricerche geologiche di C. Lyell contribuirono a far accettare la tesi del mutamento graduale di Hutton, sebbene Lyell sostenesse che i mutamenti geologici non procedessero in una direzione definita, ma si presentassero piuttosto come oscillazioni cicliche. Egli chiarì la storia geologica della Terra e delle sue forme di vita recenti. Utilizzando la proporzione di molluschi recenti o viventi presenti nei vari strati geologici, Lyell distinse tre periodi successivi nell'era Cenozoica - l'Eocene, il Miocene e il Pliocene - e concluse che la Terra era molto più antica dei seimila anni calcolati tradizionalmente sulla base dell'esegesi biblica.

Una concezione statica dei processi geologici forniva scarso sostegno alla tesi dell'evoluzionismo, sia biologico che culturale. I Danesi furono i primi a classificare gli utensili secondo una progressione evolutiva, che C. Thomsen formalizzò nel 1837 nei tre stadi: pietra, bronzo e ferro.

Illustrazione di utensili preistorici in pietra, bronzo e ferro

Nel 1786, William Jones diede impulso alle ricerche linguistiche illustrando i legami tra sanscrito, greco, latino, germanico e persiano, e concluse che tali lingue derivassero tutte da un ceppo comune. L'idea di progresso fornì un modello dinamico e teleologicamente orientato per spiegare l'avanzamento morale, psicologico e sociale dell'umanità, distinguendosi nettamente dal modello statico della scienza della terra. Coloro che speravano di scrivere una storia nuova, governata dalle leggi della natura o della provvidenza - credenti, atei o deisti che fossero - concordavano nel ritenere che la ragione fosse la guida più sicura per il futuro. L'idea di progresso conquistò tutti gli studiosi, che ricostruirono idealmente le origini e gli sviluppi delle istituzioni in modo conforme alla ragione, specialmente nei campi della conoscenza, del linguaggio, della religione, del diritto, della tecnologia e della scienza.

Lord Kames pose le basi di un metodo comparativo, utilizzando esempi tratti dai vari popoli della terra per illustrare l'evoluzione logica e progressiva del diritto. I filosofi morali scozzesi dedicarono la loro attenzione alla natura della società nei suoi vari stadi - "selvaggio", "barbarico" e "civilizzato" - e analizzarono le forze che promuovono la stratificazione sociale e la formazione dello Stato. Gli storici scozzesi della società diedero particolare impulso alla delineazione di una storia generale dell'umanità, mettendo insieme i diversi fattori che operano uniformemente e costantemente a favore del progresso dell'umanità e del miglioramento dell'individuo all'interno della società.

Essi concepivano l'uomo come un essere autocosciente, morale e razionale, fondamentalmente libero dall'istinto, sebbene condividesse con gli animali la reazione al piacere e al dolore, gli impulsi di autoconservazione e riproduzione, la tendenza alla socialità e l'aggressività. Si riteneva che l'uomo, alla nascita, fosse una "tabula rasa", ma che attraverso la percezione sensoriale e la riflessione imparasse a reagire all'ambiente e ad accumulare conoscenza. Grazie alle sue capacità mentali e sociali, la specie umana si era elevata al di sopra del livello puramente organico di esistenza proprio degli animali. Selvaggi e civilizzati, pur appartenendo alla stessa specie, erano separati dal diverso grado di sviluppo e di valorizzazione della ragione. L'accumulazione di invenzioni tecniche, i progressi nelle arti, nel diritto e nella conoscenza testimoniavano il graduale avanzamento della ragione. Dietro il progresso umano vi era una naturale aspirazione alla proprietà privata e al benessere economico, che stimolava l'iniziativa individuale, il senso di libertà e giustizia, e la creatività.

La storia dell'uomo, concepita come realizzazione di un piano prestabilito, differiva dalla storia tradizionale in quanto non era più soggetta ai capricci delle decisioni individuali, ma sottostava alle regolarità delle leggi naturali. Nella ricostruzione della storia progressiva delle istituzioni, si utilizzavano i fattori sociali piuttosto che quelli biografici privilegiati dagli storici tradizionali. Tuttavia, in quanto scienza generale dell'umanità, questa "storia naturale" era incompleta e praticamente priva di relazioni con altre discipline emergenti quali l'antropologia fisica, la preistoria, la linguistica, la geografia e la paleontologia umana. Gli studiosi di quest'epoca respingevano in generale il tentativo di Lord Monboddo di associare i diversi stadi di sviluppo fisico dell'uomo ai diversi gradi di cultura, a partire dal cosiddetto "uomo della foresta", poiché consideravano l'uomo primariamente come essere sociale anziché biologico.

Gli sviluppi intervenuti tra il 1840 e il 1870 gettarono le basi per la costituzione di una nuova disciplina che avesse come oggetto peculiare la storia fisica e culturale del genere umano. Le esplorazioni e l'espansione politica europee avevano fatto conoscere l'esistenza dei vari popoli della terra e i tratti generali delle loro culture. Anatomisti, fisiologi, psicologi, filologi, geologi, paleontologi, archeologi ed etnologi si impegnarono a studiare il passato dell'uomo, promuovendo la costituzione di diverse società etnologiche a Parigi (1839), Londra (1841) e New York (1842). La rapida estinzione degli aborigeni a contatto con la civiltà minacciava la perdita di informazioni di vitale importanza, e la British Association for the Advancement of Science iniziò la pubblicazione di un periodico - "Notes and Queries on Anthropology" (1843) - per guidare la raccolta di dati sul campo.

Evoluzione e Diffusione: L'Origine dell'Antropologia Moderna

Tre eventi successivi accelerarono la costituzione di una scienza complessiva del genere umano. Nel 1856, fu scoperto in Germania uno strano scheletro, in seguito classificato come "uomo di Neandertal", che suscitò un vivo interesse per il problema della sua eventuale classificazione nella specie umana. Poco dopo, nel 1858, i geologi inglesi confermarono il reperimento di utensili di pietra associati a mammiferi estinti da lungo tempo. Infine, "L'Origine delle Specie" di Charles Darwin (1859) dimostrò che la teoria della selezione naturale offriva un principio unificante per integrare le crescenti conoscenze sul passato dell'uomo e sulla sua evoluzione biologica e culturale.

Nel contesto letterario italiano del Novecento, figure come Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini emergono come autori di spicco, accomunati da una profonda passione per i testi classici, da Omero alle "Mille e una notte". Entrambi manifestano un senso religioso della vita, che per Pasolini assume i contorni di un cattolicesimo intimo e problematico, come suggerito da Sanguineti, e condividono un amore viscerale per i paesaggi naturali della loro infanzia, percepiti come arcaici e primitivi. Nonostante queste affinità, questo articolo si propone di indagare le ragioni per cui Pasolini esprimesse giudizi dispregiativi riguardo a una potenziale "funzione Pavese". A tal fine, partendo dal sogno americano nutrito da entrambi, sebbene in forme assai differenti, e da alcune letture comuni di natura psicologica ed etno-antropologica, si ripercorrono le loro riflessioni sulla letteratura, sulla società e sul concetto di mito. Nel caso di Pavese, il mito sembra fungere principalmente da via di fuga, mentre per Pasolini parrebbe piuttosto soggiacere al principio di realtà.

Copertina del libro

La riflessione sull'irrazionalismo e l'ideologia, come esplorato nel lavoro di Mannelli (2021) "Mitologie a confronto. Pavese e Pasolini: irrazionalismo e ideologia", getta luce sulle complesse dinamiche che hanno plasmato il pensiero e l'opera di questi due autori. L'analisi di Cesare Pavese tra razionale e irrazionale rivela un autore costantemente in bilico tra la ricerca di un ordine intellettuale e l'attrazione per le forze più oscure e primordiali dell'esistenza.

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