La gravidanza, un periodo intrinsecamente legato alla creazione e alla protezione della vita, è paradossalmente un momento in cui alcune donne si trovano ad affrontare una vulnerabilità acutizzata e, in alcuni casi, una violenza inaudita. Un mito pervasivo suggerisce che lo stato di gravidanza possa fungere da scudo protettivo contro maltrattamenti e abusi. Tuttavia, la realtà dipinge un quadro ben diverso e allarmante. La Giornata mondiale contro la violenza sulla donna, celebrata il 25 novembre, ci ricorda che la violenza è una catena che sembra non interrompersi mai, una punta di un iceberg che accompagna le donne lungo tutto il corso della loro esistenza, manifestandosi in forme molteplici e devastanti: dall'aborto selettivo all'infanticidio, dall'abuso infantile allo stupro, dalla prostituzione forzata alla violenza dei partner, fino all'abuso perpetrato nei confronti delle vedove.

La Gravidanza: Un Periodo di Maggiore Vulnerabilità

Contrariamente alla credenza popolare, la gravidanza può esacerbare la vulnerabilità di una donna, trasformandosi in un'opportunità per il partner di esercitare controllo e potere. I dati a sostegno di questa triste realtà sono drammatici: si stima che il 30% dei maltrattamenti abbia inizio proprio durante la gestazione. Inoltre, il 69% delle donne che già subivano violenze continua a esserne vittima anche mentre è incinta. Una donna su quattro ha sperimentato violenza durante la gravidanza, tanto che la violenza domestica in questa fase della vita si configura come la seconda causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni, superata solo dalle emorragie.

Donna incinta che si sente vulnerabile

La violenza in gravidanza è, purtroppo, più comune di condizioni mediche come il diabete gestazionale o la placenta previa, eppure l'attenzione e la consapevolezza su questo fenomeno rimangono ancora limitate. Questa violenza può manifestarsi in forme fisiche, con conseguenze potenzialmente devastanti come l'aborto spontaneo o la nascita di un bambino morto, e psichiche. È cruciale sottolineare che la violenza non si arresta con il parto, ma può proseguire anche nel periodo post-partum.

Fattori di Rischio e Conseguenze Amplificate

Uno studio recente ha identificato diversi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di violenza durante la gravidanza. Tra questi spiccano l'uso di alcol da parte del partner, la gelosia patologica, il sospetto di infedeltà, una storia pregressa di violenza, una gravidanza indesiderata, la giovane età della donna e il suo isolamento dalla famiglia d'origine.

Oltre ai rischi e alle conseguenze fisiche e psichiche dirette sulla madre, è fondamentale considerare i riflessi che la violenza in gravidanza ha sul nascituro. Lo sviluppo fisico, psicologico, cognitivo, comportamentale e del linguaggio del bambino possono essere seriamente compromessi. È un dato agghiacciante da cui riflettere per spezzare questa catena di violenza: il rischio di essere vittima di femminicidio aumenta di ben tre volte per le donne che subiscono abusi durante la gravidanza.

Diagramma che illustra i fattori di rischio della violenza in gravidanza

La Violenza Ostetrica: Un Abuso Silenzioso

Negli ultimi anni, un numero crescente di donne ha iniziato a condividere pubblicamente esperienze dolorose vissute durante il parto o in occasione di visite ginecologiche. Episodi che fino a poco tempo fa venivano spesso normalizzati o sottovalutati, stanno ora emergendo come forme di abuso o di trattamento inadeguato, collettivamente definite come violenza ostetrica.

La violenza ostetrica può presentarsi in molteplici forme, che vanno da parole offensive e umilianti a interventi medici non richiesti o eseguiti senza il dovuto consenso, fino al mancato ascolto del dolore e delle esigenze della donna. È un concetto complesso che racchiude una serie di atteggiamenti, pratiche e interventi che ledono l'autonomia, la libertà di scelta e la salute psicofisica delle donne durante la gravidanza, il parto o il puerperio.

Uno studio qualitativo pubblicato su BMJ Open nel 2021, intitolato "Obstetric violence: a qualitative interview study", ha esplorato in profondità l'esperienza vissuta da donne che hanno subito questo tipo di violenza. Dalle interviste è emerso un quadro chiaro: molte donne hanno descritto il trattamento ricevuto come "autoritarismo sanitario", caratterizzato da una comunicazione scarsa o assente, decisioni mediche prese senza il loro coinvolgimento attivo e una generale assenza di rispetto per i bisogni fisici ed emotivi delle pazienti.

È importante sottolineare che la violenza ostetrica non si limita agli atti fisici; può includere anche l'indifferenza, la pressione psicologica o la negazione del diritto all'informazione. L'assenza di consenso informato rappresenta uno degli elementi centrali e più preoccupanti di questa forma di abuso.

Riconoscere la Violenza Ostetrica: Il Primo Passo verso la Guarigione

Riconoscere la violenza ostetrica è il primo passo fondamentale per combatterla. È importante ricordare che la percezione soggettiva della donna conta enormemente: se un'esperienza è stata vissuta come traumatica o violenta, essa va ascoltata e riconosciuta come tale.

Le conseguenze della violenza ostetrica non si esauriscono con la fine dell'evento. Lo studio citato ha riportato che molte partecipanti hanno sviluppato sintomi compatibili con un disturbo post-traumatico da stress (PTSD), tra cui incubi, ricordi intrusivi, attacchi di panico, ansia costante e difficoltà nel riprendere una vita sessuale serena. Inoltre, la depressione post-partum può essere aggravata, o in alcuni casi scatenata, da una nascita vissuta come traumatica. Il danno psicologico non nasce solo dal singolo atto, ma dall'insieme di vissuti di solitudine, impotenza e incomprensione.

COME RICONOSCERE le CONTRAZIONI di INIZIO TRAVAGLIO - Le risposte dell'Ostetrica Maria Chiara Alvisi

Affrontare un'esperienza di violenza ostetrica richiede coraggio, tempo e supporto adeguato. Riconoscere l'accaduto e dare un nome alla propria esperienza è il primo passo per avviare il percorso di guarigione. Alcune donne scelgono di intraprendere un'azione formale, segnalando l'accaduto all'ospedale, agli ordini professionali, o avviando un'azione legale. Non esistono tempi giusti o sbagliati per affrontare la violenza subita: ogni donna ha il diritto di gestire il proprio percorso di guarigione secondo le proprie necessità. La consapevolezza è il primo passo per tutelare la propria salute. Quando situazioni complesse generano stress, ansia o sintomi depressivi, è fondamentale non restare soli.

Il Caso Giudiziario: Un Esempio Concreto di Violenza e Aggressione

Un caso giudiziario recente illustra in modo lampante la gravità della violenza che può manifestarsi in contesti sociali e l'escalation che può coinvolgere anche le forze dell'ordine. In un episodio specifico, una donna ha minacciato una donna incinta all'interno di un locale, per poi aggredire gli agenti intervenuti. Questo comportamento ha portato la donna davanti al giudice del Tribunale penale di Spoleto con l'accusa di lesioni, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.

Secondo l'accusa, l'imputata avrebbe più volte rivolto insulti e usato violenza nei confronti degli agenti di Polizia di Stato, intervenuti per sedare una lite e calmare le sue escandescenze. Per questa condotta, la donna ha dovuto rispondere sia del delitto di resistenza a pubblico ufficiale sia di quello di oltraggio, in quanto la condotta ingiuriosa non è un elemento costitutivo del primo reato, ma un fatto giuridicamente autonomo e perseguibile separatamente.

Alla donna è stato inoltre contestato il delitto di lesioni personali per aver ferito uno degli agenti intervenuti. La responsabilità è stata ritenuta provata sulla base di una ricostruzione dei fatti giudicata "lineare, dettagliata e coerente" fornita dagli stessi agenti.

Il quadro delle accuse si è completato con un ulteriore episodio: l'imputata è stata accusata di minaccia per aver aggredito verbalmente, all'interno di un esercizio commerciale, una donna in avanzato stato di gravidanza. Questo fatto è stato ricostruito sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, riscontrate da immagini video e dalle testimonianze degli agenti accorsi.

Il giudice, considerando l'omogeneità delle condotte e la loro contiguità nello stesso contesto spazio-temporale, ha riconosciuto l'esistenza di un unico disegno criminoso, applicando pertanto l'istituto della continuazione tra i vari reati contestati e condannando la donna a 1 anno e 6 mesi di reclusione. Questo caso sottolinea l'importanza dell'intervento delle forze dell'ordine e del sistema giudiziario nel tutelare le vittime e nel perseguire i responsabili di atti violenti, specialmente quando le vittime sono in uno stato di particolare vulnerabilità come la gravidanza.

La Violenza sui Figli: Un Legame Pericoloso

Le conseguenze della violenza perpetrata durante la gravidanza si estendono ben oltre la madre e il nascituro, influenzando profondamente anche i futuri rapporti familiari. La Società italiana di Scienze ostetrico-ginecologico-neonatali (Syrio) lancia un allarme significativo: "Il partner che abusa della madre ha tra il 40 e il 60% di probabilità di avere comportamenti violenti con i figli". Questo dato evidenzia un rischio concreto di perpetuazione della violenza all'interno del nucleo familiare, creando un ciclo intergenerazionale di abusi.

Illustrazione di una famiglia in cui si percepisce tensione

La violenza può manifestarsi in molteplici forme: fisica, sessuale, psicologica, verbale, materiale, attraverso l'imposizione di relazioni deprivanti, umilianti e/o destrutturanti, l'isolamento e lo screditamento. Questi fenomeni non sono affatto infrequenti anche nelle donne in gravidanza e assumono un particolare rilievo poiché le persone offese sono due: la gestante e il feto.

Il Ruolo Cruciale delle Ostetriche nella Prevenzione e nell'Intervento

La Syrio sottolinea come esista una forte relazione tra la violenza in gravidanza e il rischio di abuso sui figli. Per contrastare questo fenomeno, il ruolo delle ostetriche diventa fondamentale. La presidente di Syrio, Miriam Guana, evidenzia che le ostetriche giocano "un ruolo fondamentale nella prevenzione degli abusi, intercettando situazioni di maltrattamenti o violenze, in particolare da parte di coloro che lavorano nei consultori o presso il domicilio delle gravide e delle puerpere."

L'impegno delle ostetriche si estende anche alla valorizzazione e al sostegno dell'autodeterminazione delle donne, della loro consapevolezza e della loro dignità. Questi valori sono fondamentali per rafforzare la decisione di denunciare i soprusi subiti in famiglia o dai propri partner.

Le ostetriche, sia quelle operanti in ambito ospedaliero sia quelle territoriali, si trovano ad accogliere e assistere donne che hanno subito violenza, di ogni età, adulte e bambine. Le ostetriche entrano in relazione anche con le donne straniere, una popolazione femminile ancora più fragile per cui la gestione del problema è particolarmente delicata e complessa. La loro competenza e sensibilità sono essenziali per offrire un supporto adeguato e per indirizzare le donne verso i servizi e le risorse necessarie per uscire da situazioni di violenza.

Cosa fare in caso di aggressione durante la gravidanza? È fondamentale non rimanere in silenzio. Cercare immediatamente aiuto, rivolgendosi alle forze dell'ordine, ai consultori familiari, ai centri antiviolenza o a professionisti sanitari di fiducia. Parlare della propria esperienza è il primo passo per rompere il silenzio e iniziare un percorso di protezione e guarigione, sia per la madre che per il bambino. La consapevolezza e l'azione tempestiva sono gli strumenti più potenti contro la violenza.

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