Cari amici di ToroWeb. Dopo la bella accoglienza che avete riservato all'iniziativa del "Sei torese se…", torniamo a chiedere un altro contributo per la salvaguardia della nostra tradizione popolare. Per seguire un ordine preciso, in linea con gli almanacchi di una volta, meglio se il proverbio è agganciato al calendario. Il nostro sito pubblicherà in home page il contributo a vostro nome.
Il Calendario e il Tempo Meteorologico: Una Danza di Stagioni
Il proverbio si riferisce alle due feste primaverili di San Giuseppe, 19 marzo, e dell'Annunciazione, che cade il 25 marzo, cioè nove mesi esatti prima del Natale (da notare la cronometrica precisione della Chiesa!). Le due ricorrenze ci ricordano che le ore di luce si sono allungate notevolmente. Chi è impegnato nei lavori dei campi, quindi, merita di essere rifocillato anche con la merenda. Sennonché un conto è il calendario, un conto il tempo metereologico, che come in questi giorni di neve può continuare a essere invernale.
La locuzione popolare fa riferimento alla mobilità della Pasqua, che come sappiamo può essere bassa o alta, cadere a marzo o ad aprile. Questo aspetto non poteva sfuggire all’occhio smaliziato e fine dei contadini toresi, che dicevano: "Mò ze fa i cunte, che jjurne vè Pasque", se qualcuno si mostrava insolitamente pensieroso. I contadini sono molto bravi a usare la leva del doppio senso. E il loro dire può suonare ironico e sfottente: niente di più facile e inutile (si sa che la Pasqua capita sempre di domenica).

Pasqua e i Riti dell'Amore e della Cucina
Siamo alla vigilia della Domenica delle Palme e della Settimana Santa. Ma è anche primavera. Sono questi i giorni per celebrare gli eterni riti del fidanzamento e dell'amore. Il giovane che sarà cortese con la sua bella la Domenica delle Palme, si vedrà ricambiare la cortesia proprio il giorno di Pasqua. (Se la palma è fiorita - cioè inargentata e con foglie di confetti - la pigna (la torta di Pasqua) sarà saporita; / se la palma è di fronde, / la pigna sarà di crusca). Una variante in termini amorosi del "do ut des" di classica memoria o, se si preferisce restare in ambito rurale, del "Setaccio, mio setaccio, / come mi fai così ti faccio".
Quelli di Pasqua sono anche i giorni migliori per dare uno sguardo in cucina. È risaputo che 'A pigne, che n’ze fa a Pasque, n’ze fa cchiù (La pigna - torta tipica - che non si fa a Pasqua non si fa più). Allargando lo sguardo oltre la lettera e al di là del profumo, sarebbe come dire: - Batti il ferro, finché è caldo - o meglio - Ogni lasciata è perduta. Con la pigna, a Pasqua si preparavano altri dolci: pastarelle, biscotti, piccillati e fiadoni (ripieni con cacio e uova o con ricotta o -tipico di Toro- con sangue dolce di maiale). Per le bambine e i bambini si preparavano la zitella e il carosello. Semplici sfoglie di pasta, la prima a forma di donnina, la seconda di galletto, cosparse di confettini colorati con un uovo sodo nascosto nelle pance: erano le uova di Pasqua di un tempo, la felicità dei bimbi di allora.

All’occhio dei contadini toresi non sfuggiva la circostanza che i giorni di Pasqua, in ossequio all’etimologia del termine, sono i giorni del passaggio tra l’inverno e la primavera. - i predicatori, infine, che erano allora i protagonisti assoluti dei quaranta giorni della quaresima e fonte di attrazione e di svago in chiesa.
Pigna pasquale
Aprile, Mese di Piogge e Barili di Promesse
La pioggia nel mese di Aprile, quanto mai opportuna per tonificare il risveglio della natura in piena vegetazione, veniva salutata dai contadini come benedizione del cielo e promessa di raccolti sicuri e abbondanti. A conferma della elevata piovosità di questo mese, sempre ad aprile è dedicato un altro antico proverbio torese: ‘Brjle, ógne gócce ‘nu varjle! Aprile, ogni goccia un barile! (lo segnala Musa Pensosa).

Maggio: Tra Incanto Amoroso e Scherzi di Natura
Eccoci a maggio. Il pensiero evoca immagini di luce, sole, bel tempo, rose, canti di uccelli, voli di rondini. Purtroppo, non sempre c'è corrispondenza tra quello che dovrebbe essere e quello che è. Nella sua brillantezza colloquiale, il proverbio non ha bisogno di nessun commento. Oh, un colpo d'ala, e finalmente maggio si è messo a fare maggio. j' tire i prète i nide che la scionna. Che poi, dettaglio più dettaglio meno, è la stessa figura riproposta nell’odicina del Carducci, con Maggio che risveglia nidi e cuori e porta ortiche, fiori, serpi e usignoli. Maggio, il mese dell'amore. Non per nulla l'innamorato di Rosinella, la molisana che scende dal Matese, canta con il cuore in festa che si sposeranno a Maggio, tra tante rose. Attenzione, però, perché a Maggio vanno in amore anche gli asini ed è sempre in agguato la presa in giro "A Magge ze spusene i ciucce".
Maggio è davvero in trionfo. Caldo, luce, sole, da estate inoltrata. E questo nonostante l'incertezza e il freddo dei primissimi giorni del mese. Si capisce allora perché i nostri padri per indicare la natura in pieno rigoglio esclamassero: "Ce cante Maie". Ci avviamo a congedarci dal mese di Maggio. Quest'anno è stato davvero trionfale come non sempre accade di sperimentare. E lo facciamo con una locuzione ancora una volta dovuta al gusto del gioco di parole, così ben coltivato dai nostri antenati. Che naturalmente si riferivano a Maggio, etichettandolo come: "U mése de maie". In questa seconda accezione era di solito accompagnato da un'altra locuzione che chiariva bene il senso ironico del discorso: - Quando ci sposiamo?

Giugno: Falò, Tradizioni e il Primato del "Corpo"
Ed eccoci a Giugno. Un po' freschetto a dire il vero, specialmente se confrontato con il torrido Maggio di quest'anno. Ma poco male. "U fuche a Ssant'Antonie" (Il fuoco di Sant'Antonio). Falò che si accendono a sera, dal 1 al 13 giugno, in diversi punti dell'abitato, in onore del Santo di Padova (altrove più opportunamente con l'agiografia del Santo i fuochi si accendono in onore di Sant’Antonio Abate, 17 gennaio). Alla sommità dei falò dell'ultima sera, che riescono grandiosi, viene issata e fatta bruciare 'a bambolette, la bamboletta, un fantoccio di stracci e carta colorata, il cui valore simbolico rimane oscuro. Un tempo attorno ai falò le anziane recitavano giaculatorie e i bambini cantavano canzoncine (Per esempio: Sant'Antonio, giglio giocondo / è nominato per tutto il mondo;/ chi lo tiene per avvocato/ da Sant'Antonio sarà aiutato.// Sant'Antonio è piccolino/ e ci ha la veste a tricchinella, cioè turchinella…). Da qualche decennio, grandi e piccoli preferiscono sgranocchiare biscotti e paste e, l'ultima sera, cavatelli, carni arrostite alla brace e altro ancora.
Non è la prima volta che presentiamo un proverbio dal significato apparentemente scontato, ma che svela in seconda battuta la tipica arguzia contadina. In apparenza è una banalità bella e buona: la festività del Corpus Domini precede sempre quella di San Giovanni (24 giugno). Sia per il calendario sia per l'importanza. Ma non è questo il significato ultimo del proverbio. Che si ripete per dire che il mangiare viene prima di ogni cosa. Cioè prima provvediamo al "corpo" e poi al resto, per esempio alle convenienze sociali (non dimentichiamo che si chiama il "San Giovanni" il forte legame della comparanza). Insomma.

La pioggia, la grandine, l’inaspettato crollo delle temperature di questi giorni hanno fatto tornare di attualità una serie di proverbi legati all’incostabilità del tempo a cavallo tra primavera ed estate.
Luglio Mietitore: Fatica, Speranza e Storie di Sopravvivenza
Eccoci a luglio. Luglio mietitore, come dice il proverbio. In passato i braccianti e i contadini poveri si recavano a frotte a mietere in Puglia. Giorni, settimane di duro lavoro, sole infuocato, scarso cibo, pessimo alloggio. E malaria sempre in agguato. Per un tozzo di pane si rischiava la vita. Infatti, qualcuno dei toresi non è più tornato. Gli altri tornavano irriconoscibili. "ca sèmpe a lúglie mite. ché sempre a luglio mieti". Da ostinata qual era, si racconta che continuò a sostenere che il grano si mietesse con le forbici e non con la falce anche quando il marito si decise a legarla a una fune e a calarla lentamente nel pozzo con la minaccia di affogarla. - Con che si miete il grano? - Con le forbici. E non ci fu verso di convincerla. Mentre l'acqua si richiudeva sulla testa tappandole la bocca, per l'ennesima volta la donna confermò la sua risposta.
Numerosi e noti i proverbi che esprimono apprensione per l’andamento della stagione o dell’annata da cui dipendevano le sorti di tutta la famiglia contadina. In ossequio al diffuso spirito devozionale, è spesso inevitabile il riferimento ai santi per propiziare buoni raccolti.

Agosto: Tra Caldo torrido e la Vigilanza degli Speculatori
"i randjnie vinne cúmme a canne." Agosto: per far caldo fa caldo. Come ogni estate sono tornati puntuali finanche gli incendi dei boschi, delle macchie, per ricordarci che gli speculatori sono sempre in agguato con la vigliaccheria dei soliti piromani (ricordate quando dalla TV si cercava di convincerci con la barzelletta dei roghi infernali che scoppiavano per autocombustione?!). Nonostante tutto, viva l'estate e pazienza per il disagio dell'afa. Il proverbio, assai diffuso nel Meridione d'Italia, ci invita a godere dei giorni belli che sono alla fine. Basta una variazione climatica, un temporale, per ritrovarci a presagire il brutto tempo del prossimo autunno. Dunque, nessuna lamentela. Benvengano questi quattro giorni di caldo. Un proverbio in linea con il precedente che ha salutato il mese d'agosto come capo d'inverno. A dire il vero, le giornate già cominciano ad accorciare. L'aria è più frizzante. 22 / Se capita una giornata di pioggia, non è la fine del mondo.

Settembre: La Stagione dei Fichi e il Nuovo Anno Agricolo
Nell’apprestarsi della feste patronali, doveroso un proverbio sul nostro Protettore. San Mercúrie de Benevinte: sta sèmpre arevetate a vje de Ture. San Mercurio di Benevento: sta sempre rivolto verso Toro. Le ossa del Patrono di Toro, martire scita del III secolo, sono conservate presso il Santuario di Montevergine (AV). Ma un tempo erano tumulate a Benevento, sotto l'altare maggiore della basilica di Santa Sofia. La leggenda non specifica quando e in che circostanza il santo (o forse la sua statua, miracolosamente) manifestasse con lo sguardo il desiderio di essere condotto nel nostro paese. Con la data impossibile e l'irriverente nome della fantomatica santa, ci si divertiva a indicare un giorno di calendario che non esiste e non verrà mai. Qualcosa di analogo al doppio senso celato nel "mése de maje", che si limitava a sfruttare l'equivoca resa dialettale del nome del mese.
Santa Maria, Natività della Vergine, 8 settembre. Una data importantissima nella vita dei nostri abitati in passato. "Fà Santa Marje". Dall'8 settembre gli istituti feudali e gli usi locali facevano decorrere l'anno amministrativo, che veniva così a rispecchiare l'evolvere dell'annata agricola. Per esempio, l'8 settembre s'insediavano gli amministratori comunali, che restavano in carica solo un anno. Anche gli affitti delle case avevano principio e fine in questo giorno. Usanza rispettata fino a pochi decenni fa. "Ci rivediamo alla stagione dei fichi!": era la minaccia e il saluto dei professori che si accingevano a rimandare gli alunni agli esami di riparazione di settembre. "Settimbre, ca ficura mósce". Settembre, la stagione dei fichi, dicevamo. E intanto l'estate se ne va, l'estate che per i contadini è la bella, grande stagione, quella del gran lavoro sotto il sole e del raccolto e quindi di un minimo di svago. La stagione per antonomasia.

Ottobre: La Vendemmia e il Gusto del Vino Nuovo
28/ San Michele era e resta un santo molto popolare, il cui nome ricorre spesso in bocca ai devoti. I quali, al contrario, evitano di chiamare per nome il diavolo, temendo che chiamandolo per nome possa sentirsi evocato e invitato a manifestarsi. "Quille che sta sótte a Ssanta Mechèle", Colui che sta sotto (i piedi di) San Michele.
San Francesco, il convento e i francescani hanno avuto una funzione rilevantissima nella vita sociale torese. Non c'è bisogno di sottolinearlo. "Arri arri arri / e zi monaco va a cavallo;/ il ciuccio non correva /e zi' monaco lo uccideva. /E corri al convento/ dammi la mano che adesso ti dò (ti meno)/ ti dò il pane fresco / e lo portiamo a san Francesco./ San Francesco va per via,/ con una lunga compagnia…" Fino a qualche decennio addietro, l'agro di Toro era disseminato di vigne. Non c'era famiglia che non ne avesse la propria. E ottobre allora era una festa continua.
Nei tempi andati era indispensabile mettere da parte qualcosa nei tempi buoni per affrontare le incertezze del futuro. Chiudiamo il mese di ottobre con un ultimo proverbio dedicato alla vendemmia. I grandi imbuti usati nell'occasione erano fatti con assicelle di legno, come le botti. Niente di più facile quindi che si sfasciassero. Ma era un gran fastidio se ciò accadeva non appena finito di raccogliere l'uva (prima interpretazione di L'úteme de vellégne ). Provvedere a pigiarla senza ausilio di imbuti era impensabile. Se invece gli imbuti si sfasciavano dopo aver pigiato l'uva e sistemato il mosto nelle botti, intendendo anche queste operazioni con l'espressione L'úteme de vellégne (seconda interpretazione), allora non era un gran male. Ci si poteva consolare: prima della prossima vendemmia, c'era tutto il tempo e il comodo per fare o ordinare degli imbuti nuovi al secchiaio.

Novembre: San Martino, il Tempo dei Morti e il Buon Vino
Un proverbio in lingua semiculta ci ricorda una credenza ancora molto diffusa. Sono i morti ad augurarselo, i morti che con la Festa dei Santi "si mettono in festa", hanno cioè il permesso di ritornare (non visti) sui luoghi frequentati in vita e, per un paio di mesi abbondanti, fino all'Epifania, darsi al bel tempo. "'N Sante Martjne, ze scuprene i vótte e ze pruvene i vjne." (A San Martino si scopron le botti e si provano i vini). In questa circostanza vogliamo ricordarne uno ancora abbastanza in voga: 'A carrire de Sante Martjne! La carriera di San Martino! San Martino è riconosciuto patrono dell'abbondanza. Perciò il nome del Santo vale come saluto propiziatorio rivolto a persone intente ad ammazzare il maiale, a pigiare l'uva, a preparare la salsa, etc. - Sante Martjne! - San Martino! - Benvenuto! - Sante Martjne! - Passe e camjne! - San Martino! - Passa e cammina!

Dicembre: Tra Santi Protettori e la Luce che Ritorna
Il 25 novembre la chiesa festeggia le ricorrenze di San Mercurio di Cesarea di Cappadocia (Patrono di Toro), e Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto. I tempi cambiano. Il 4 dicembre è la riccorrenza di Santa Barbara, protettrice contra le morte improvvisa per fuoco. San Nicola da Bari è festeggiato a Toro il 6 dicembre con una fiera in suo onore. Sono innumerevoli i Nicola toresi. Prima ancora che lo spirito mercantile in genere e la Coca Cola, in particolare, lo camuffassero in una icona del consumismo più spinto nei panni di Babbo Natale, San Nicola era invocato a Toro a protezione dei bambini, con ninne nanne e canzoncine devozionali.
Ci sono diversi proverbi e giaculatorie incentrati su Santa Lucia, protettrice della vista. Ma la santa della luce è ricordata nella tradizione popolare anche per la sua festa che segna il punto di svolta del sole. Dal 13 dicembre in poi, infatti, il sole ricomincia a tramontare ogni giorno un po' più tardi. Il freddo di questi giorni non tragga in inganno. E non si sbagliavano. Solo qualche giorno prima di Natale finisce l'autunno ed entra l'inverno. Cambiano i tempi. Fino a qualche decennio…


