Nell'antichità, il concetto di fertilità era intrinsecamente legato al divino. Le civiltà politeiste di tutto il mondo veneravano divinità, prevalentemente dee, associate alla capacità di generare vita, non solo per gli esseri umani, ma anche per il regno animale e vegetale. Queste figure divine non erano solo custodi della procreazione, ma incarnavano anche i cicli temporali della vita, la morte e la rinascita, e offrivano spiegazioni per il susseguirsi delle stagioni. L'iconografia di queste dee spesso enfatizzava caratteristiche fisiche legate alla maternità, come fianchi larghi e seni generosi, mentre i simboli maschili di fertilità potevano essere rappresentati in forma itifallica.

Dee della fertilità antiche

Divinità della Fertilità in Diverse Culture

Le divinità della fertilità erano diffuse in molte mitologie antiche, ognuna con le proprie specificità e attribuzioni.

Mesoamerica

Nella ricca tradizione mesoamericana, Nüwa (女媧) emerge come una figura primordiale. Non solo è accreditata per aver sigillato il cielo squarciato con pietre colorate, creando così l'arcobaleno, ma è anche considerata la creatrice dell'umanità. La sua associazione con la fecondità, l'arcobaleno e la creazione la pone al centro di miti cosmogonici. Suo fratello-marito, Fuxi (伏羲), noto anche come HuHsi, è celebrato per aver introdotto innovazioni fondamentali come il sistema divinatorio Yi Jing, la metallurgia, la scrittura e il calendario. Fuxi è anche riconosciuto come l'iniziatore di attività umane essenziali come l'allevamento degli animali, la pesca, la caccia e la musica, dimostrando un'ampia influenza sulla civiltà. Xi Wangmu (西王母), la Regina Madre dell'Ovest, era una dea della fecondità con un'intensa attività sessuale, oltre a essere la guardiana dei frutti dell'immortalità.

Antico Egitto

Nell'iconografia egizia, la fertilità era spesso rappresentata attraverso diverse divinità. Sebbene non specificamente elencato tra le divinità della fertilità nel materiale fornito, Hathor è una figura chiave associata alla maternità, all'amore e alla gioia, e la sua influenza si estende a molti aspetti della vita. La presenza di divinità che proteggevano il parto e la nascita era una costante nella religione egizia, a testimonianza dell'importanza attribuita a questi eventi.

Vicino Oriente Antico

Nel pantheon del Vicino Oriente Antico, troviamo diverse divinità legate alla fertilità e alla vita. Coatlicue è una potente dea della vita, morte e rinascita, madre della luna e delle stelle. Astart (o Astoreth) era la dea della fertilità, dell'amore e del piacere, patrona delle prostitute e degli edonisti, con templi famosi in tutto il Mare Librum. Daggay era specificamente venerata come dea della nascita. Geinos era il dio dell'agricoltura, mentre Hay-Tau, con la sua forma arborea, governava la vegetazione e le foreste. L'allevamento degli animali era sotto la protezione di Magos, dio dei pastori e degli allevatori. Tammuz, conosciuto dai Greci come Adone, era il dio del raccolto, la cui nascita da un albero di mirra e la sua bellezza lo resero oggetto di culto, essendo adorato dalla dea greca Afrodite. Tanit, grande dea della luna, della maternità e della magia, era rappresentata come una donna velata, spesso accompagnata da colombe, che le erano sacre. Era consorte di Baal Hammon. Resheph (o Amurru) era il dio dei tuoni, della selva e della musica, assistente di Anat nei sacrifici e consorte di Quadesh. Baltis, dea del cielo, della gioia e della danza, era protettrice delle donne e considerata sorella spirituale della dea egizia Hathor. El o El Elyon, il cui nome significa "Dio Altissimo", era una figura patriarcale. Quadesh era la dea della luce stellare, della selva e dell'astrologia, anch'essa assistente di Anat nei sacrifici e consorte di Resheph. Eshmun era il dio della guarigione e della salute, figlio di El e di Asherat-del-mare. Agrotes governava la terra, i cavalli, la caccia e gli indovini, mentre Arsay era la dea della terra umida e delle paludi.

Grecia Antica

Nella mitologia greca, la fertilità era rappresentata da diverse figure, sebbene il materiale fornito non ne elenchi molte in modo esplicito come divinità della fertilità primaria. Tuttavia, la dea greca Afrodite, associata all'amore e alla bellezza, era nota per aver adorato Tammuz (Adone), sottolineando il legame tra amore e vita. Le figure femminili che rappresentavano la fertilità erano spesso caratterizzate da attributi fisici distintivi, come fianchi larghi e seni abbondanti, come si osserva nelle statuette coroplastiche.

Altre Mitologie

Da altre tradizioni emergono figure come Aion e Protogonos, identificati come i primi mortali. Nel contesto nordico, Hilda Ellis Davidson ha studiato i ruoli delle dee del Nord, suggerendo una connessione con temi legati alla fertilità. Le divinità Kichijōten e Kisshōten (Kichijōten) del pantheon giapponese sono associate alla fortuna, alla bellezza e alla fertilità. Le leggende degli Irochesi menzionano Skywoman, una figura centrale nel loro mito della creazione. Le cerimonie Katoʻaga dei Rotumani e le tradizioni Seksek ʿe Hatana degli Hatana suggeriscono pratiche culturali legate alla vita e alla terra.

La Gravidanza nell'Antichità: Percezioni e Significati

La gravidanza era un momento cruciale nella vita di una donna nell'antichità, carico di significati sociali, religiosi e medici. L'analisi delle statuette coroplastiche, in particolare in Grecia, rivela come la gravidanza fosse un tratto distintivo del genere femminile e come la sua percezione e il suo significato cambiassero in diversi contesti e riti. Queste statuette, spesso legate a pratiche votive, sono indicatori preziosi di come e quando i devoti desiderassero porre sotto la protezione divina questo delicato momento della loro esistenza.

Statuette coroplastiche antiche rappresentanti la gravidanza

Le donne antiche disponevano di vari metodi, alcuni più "domestici" e altri con una base scientifica, per determinare la gravidanza prima dell'avvento dei test medici moderni. Tra le tecniche più diffuse vi erano:

  • Il test della serratura: Immergere una serratura nell'urina della donna; se dopo quattro ore l'urina lasciava tracce nel recipiente, si considerava la donna incinta.
  • Gocce d'olio: Far cadere due gocce d'olio nell'urina; se si univano, era segno di gravidanza.
  • Prova del grano e dell'orzo (Antico Egitto): Urinare su chicchi di grano e orzo; la germinazione del grano indicava una bambina, quella dell'orzo un bambino.
  • Vomito (Antico Egitto): Contare le volte in cui una donna vomitava dopo aver bevuto un mix di birra e datteri; più vomiti indicavano gravidanza.
  • Test con le cipolle (Grecia Antica): Secondo Ippocrate, inserire una cipolla nella vagina; se il giorno dopo l'alito sapeva di cipolla, la donna non era incinta.
  • Il colore dell'urina (XVI secolo): Mescolare l'urina con vino o alcol; la reazione con alcune proteine indicava gravidanza.
  • Osservazione degli occhi (XVI secolo): Il medico francese Jacques Guillemeau affermava che un secondo mese di gravidanza fosse riconoscibile da pupille piccole, palpebre cadenti e piccole vene agli angoli dell'occhio.
  • Parti blu (dal VI-VIII settimana): Il collo dell'utero, le labbra e la vagina assumono una colorazione bluastra a causa dell'aumento del flusso sanguigno, un segno rilevato dal medico americano Lee Chadwick nel 1886.
  • Ratti (anni '20): Scienziati tedeschi iniettavano urina di donna in ratti femmine; l'ingrossamento delle loro ovaie indicava gravidanza.
  • Test della rana (fino agli anni '60): L'urina della paziente veniva iniettata in una rana; se questa deponeva le uova entro 24 ore, il test era positivo, stimolata dall'ormone hCG.

I PIU' ASSURDI TEST GRAVIDANZA esistiti nella storia

L'Aborto nel Mondo Antico: Tra Pratica e Morale

Il tema dell'aborto nel mondo antico è complesso e sfaccettato, lontano dalle semplificazioni che talvolta caratterizzano il dibattito contemporaneo. Contrariamente all'idea che l'aborto fosse universalmente vietato e sanzionato, le fonti storiche rivelano una varietà di posizioni e pratiche.

L'aborto è sempre stato praticato in tutte le culture, e le donne hanno da sempre avuto la possibilità di ricorrere a pratiche abortive per svariati motivi. In Grecia e a Roma, prima della diffusione del cristianesimo, la situazione era piuttosto variegata. Sebbene la versione greca del Giuramento di Ippocrate comunemente conosciuta vieti esplicitamente al medico la pratica dell'aborto, questo passo è datato attorno al 245 d.C., ben dopo l'epoca di Ippocrate stesso. I suoi scritti autentici, in particolare quelli sulla ginecologia, contengono istruzioni per aborti chirurgici senza esprimere giudizi morali, suggerendo che Ippocrate avesse studiato e illustrato le tecniche abortive senza proibirne l'uso.

In generale, l'aborto nel mondo antico non era considerato una procedura intrinsecamente vietata. L'unico caso in cui era fermamente condannato era quando la decisione di abortire poteva danneggiare il padre del futuro nascituro. Le tecniche contraccettive non erano vietate né in Grecia né a Roma; anzi, uomini e donne erano liberi di usarle, sebbene la loro efficacia fosse spesso limitata. Di conseguenza, il ricorso all'aborto era più diffuso.

I medici antichi descrivevano numerose tecniche meccaniche o chirurgiche per indurre l'aborto, tra cui interventi chirurgici, manipolazioni manuali, salti o altri sforzi fisici. Inoltre, l'infanticidio era una pratica presente, dato che il neonato non era considerato membro della comunità fino al riconoscimento paterno.

Tra i metodi "chimici", il decotto di Silfio, una pianta oggi estinta originaria di Cirene, era il più diffuso. Questa pianta preziosa, sfruttata intensivamente, si è estinta, ma si ipotizza potesse avere proprietà abortive simili ad altre piante della famiglia delle Apiaceae. Plinio il Vecchio menziona l'olio raffinato di ruta graveolens come un potente abortivo, e Quinto Sereno Sammonico descrive un intruglio a base di ruta, uovo e aneto. Sorano, Dioscoride e Oribasio dettagliano queste applicazioni. L'aristolochia, usata anche per alleviare il parto, veniva impiegata per indurre l'aborto. Sorano d'Efeso prescriveva diuretici, emmenagogi, clisteri, digiuno e salasso come metodi abortivi sicuri, sconsigliando però strumenti taglienti per il rischio di perforazione. Tertulliano descrive strumenti chirurgici simili alla moderna dilatazione e curettage.

La concezione della vita era un fattore determinante. Per Ippocrate e Aristotele, la vita iniziava circa tre mesi dopo il concepimento; prima, il feto non era tecnicamente "vivo", rendendo l'aborto non sanzionabile penalmente. La legge romana, invece, considerava un corpo vivo solo dopo la nascita effettiva. I giuristi romani come Marcello, Papiniano e Ulpiano ritenevano che il parto segnasse l'inizio della vita umana. Il feto prima della nascita era considerato parte del corpo materno. Un bambino nato morto non era considerato mai stato vivo, e la legge romana non puniva l'aborto in sé, in quanto non si poteva commettere un crimine contro qualcosa che non era un essere umano. La legge sanzionava piuttosto chi causava l'aborto (medico, levatrice, ecc.) per aver arrecato danno al corpo della madre, leso i diritti del "proprietario" (marito o padrone). Cicerone menziona lo "spes parentis", il diritto del padre di vedere nascere il discendente, soprattutto se destinato all'eredità. Una donna libera non sposata che abortiva non poteva essere incriminata.

Il quadro cambiò con l'avvento del cristianesimo, sebbene non immediatamente. Anche i cristiani non ebbero per secoli una visione univoca su quando l'essere umano fosse considerato vivo. Tommaso d'Aquino sosteneva che l'anima non fosse presente fin dal concepimento. Solo Sisto V, alla fine del '500, fu il primo papa a considerare l'aborto un omicidio. Fino al 1869, l'aborto era considerato delitto solo se il feto era "animatum" (dotato di anima). I musulmani, più in linea con la Chiesa delle origini e Tommaso d'Aquino, ritengono che l'anima entri nel feto dopo 40/120 giorni dal concepimento, periodo entro il quale l'aborto non è considerato delitto.

Erbe medicinali antiche usate per l'aborto

L'Allattamento nel Mondo Antico: Tra Naturalità e Cultura

L'allattamento al seno nel mondo antico, sia in Grecia che a Roma, è un argomento che presenta sfumature interessanti e differenze notevoli tra le due culture. Mentre a Roma la questione dell'allattamento era oggetto di dibattito, soprattutto in relazione all'uso di nutrici, in Grecia se ne parlava meno, essenzialmente in testi specialistici medici e biologici.

Le fonti archeologiche, sia greche che romane, tendono a non raffigurare scene di allattamento, a differenza di Etruria e altre zone dell'Italia antica, dove il gesto era rappresentato con maggiore frequenza. Questo potrebbe essere dovuto a diversi fattori:

  • Rischio e invidia: Mostrarsi durante l'allattamento poteva esporre la madre e il bambino a invidie da parte di donne senza figli o senza latte, oltre a inutili rischi.
  • Intimità: L'allattamento è un momento di profonda intimità, un gesto considerato "da donne, per donne, fra donne", a cui gli uomini erano meno abituati e forse meno interessati.
  • Concetto di "civilizzazione": L'emancipazione dalle necessità corporali, percepite come più "ferine", poteva essere vista come un segno di "civilizzazione". Le fonti latine talvolta associano l'allattamento al seno dei figli da parte delle donne ai popoli "barbari".

Nei trattati medici antichi, come quelli ippocratici, troviamo idee precise sulla natura del latte umano, considerato un succedaneo del sangue, trasformato per "cottura". Aristotele spiegava che il latte è "sangue cotto, ma non corrotto". Questa concezione sottolineava il legame tra il latte materno e il nutrimento del feto durante la gestazione.

Le ragioni che spingevano una donna ad allattare o meno erano complesse e non sempre la scelta spettava esclusivamente alla donna; l'uomo poteva influenzarla. Alcune donne potevano temere di rovinarsi seno, silhouette e salute, sebbene in Grecia non ci siano molte fonti che insistano su questi aspetti, anzi, l'allattamento viene spesso indicato come positivo per la salute.

Il concetto di "co-allattamento", ovvero l'allattamento sia da parte della madre che di una o più nutrici, sembra essere stato la forma più diffusa, soprattutto considerando la durata dell'allattamento (2-3 anni per bambino). Nei ceti più poveri, poteva esserci una forma di solidarietà tra madri per garantire l'allattamento.

La scelta della nutrice a Roma era particolarmente legata alla necessità di preservare la purezza del sangue della gens, poiché il latte era considerato veicolo di caratteri genetici. I medici romani come Galeno e Sorano davano grande importanza alla qualità del latte della nutrice.

Nelle fonti letterarie greche, l'allattamento è presente in contesti mitologici e teatrali. Clitemnestra allatta nelle tragedie di Euripide, e il suo sogno del serpente suggerisce un legame profondo tra madre e figlio attraverso il latte. Nelle commedie di Aristofane, l'assenza di latte è fonte di lamento per i bambini. Le tragedie di Euripide evidenziano il latte, il seno e la cura dei bagni come attributi tipici della maternità. Menandro, nella Samia, descrive il bambino allattato da due madri. Teocrito presenta Alcmena che allatta Eracle. Plutarco, in L'educazione dei figli, sostiene la necessità che le madri stesse nutrano i propri figli.

Raffigurazione di una nutrice nell'antica Roma

Divinità e Miti: Simboli di Vita e Cicli Naturali

Le divinità della fertilità, con le loro storie e i loro attributi, offrivano alle antiche civiltà un quadro interpretativo per comprendere i misteri della vita, della morte e del rinnovamento. Aion e Protogonos, i primi mortali, rappresentano l'origine della vita umana. La natura ciclica della vita e delle stagioni era spesso legata a divinità agricole e vegetali come Geinos e Hay-Tau, o a divinità del raccolto come Tammuz.

La dualità della vita e della morte era incarnata da figure come Coatlicue, che presiedeva sia alla creazione che alla distruzione. Anche la luna, spesso associata alla femminilità e ai cicli, era rappresentata da dee come Tanit, la grande dea della luna e della maternità.

Le divinità della fertilità erano anche protettrici di specifici aspetti della vita. Eshmun offriva guarigione e salute, mentre Agrotes era invocato per la terra, i cavalli, la caccia e la divinazione. Baltis, dea della gioia e della danza, e Quadesh, dea della luce stellare e dell'astrologia, aggiungevano dimensioni spirituali e festose al pantheon delle divinità legate alla vita.

Anche in religioni monoteiste come il cattolicesimo, sebbene i santi non siano considerati divinità, essi possono essere visti come patroni e protettori di varie attività, rispecchiando in modo indiretto l'antica venerazione per figure che intercedevano per il benessere umano.

In sintesi, le divinità della fertilità nell'antichità rappresentavano un complesso sistema di credenze che abbracciava la procreazione, i cicli naturali, la vita, la morte e la rinascita, offrendo un quadro simbolico per comprendere e affrontare le sfide e le meraviglie dell'esistenza.

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