I genitori si interrogano spesso sul perché il proprio figlio picchi gli altri bambini. Questa domanda, in particolare per le mamme di maschi, emerge di fronte a quelle che sembrano "piccole risse" tra coetanei. Si affaccia il dubbio: è meglio lasciare che se la cavino da soli o è giusto intervenire? Spesso, mamme e papà tendono a giudicare i comportamenti dei bambini con una prospettiva adulta, senza considerare appieno la loro fase di sviluppo.

L'Aggressività Infantile: Una Tappa Naturale della Crescita

Durante la giornata, che sia alla scuola dell'infanzia, alla primaria, al parco o a casa, durante una merenda, scontri, spintoni ed episodi più aggressivi (inclusa qualche "manata") esplodono frequentemente tra i bambini. I toni si alzano e sembrano quasi minacciosi agli occhi di un adulto, ma, come dopo un temporale estivo, l'atmosfera ritorna presto serena. Questo accade perché i litigi tra bambini, botte comprese, rappresentano una normale tappa della crescita. La componente aggressiva, che spesso preoccupa la famiglia, fa parte del comportamento sociale e della relazione che i bambini instaurano tra loro.

Quando un genitore si domanda, con una certa angoscia, come mai (e se è "normale") che il figlio picchi gli altri, in realtà, si sta ponendo un interrogativo che necessita di una riformulazione. "È indispensabile spostarci dall'idea di 'picchiare' considerando che il bimbo interagisce sempre in modo spontaneo," sostiene Daniele Novara, pedagogista, fondatore del Centro psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti. Fino ai sei-sette anni, infatti, non c'è l'intenzionalità di fare male; rancore e violenza in senso adulto non esistono. Se lo scontro viene gestito direttamente tra bambini, di solito dura pochissimo. Dopo questa età si raggiunge una certa consapevolezza, ma anche nella fascia 6-10 anni i comportamenti pericolosi rappresentano un'eccezione.

bambini che giocano insieme

La Prospettiva Adultocentrica: Un Filtro Distorcente

Di frequente, il genitore applica un metro di valutazione basato su una visione "adultocentrica" (che pone al centro sé stesso) verso i comportamenti del bambino. Ma questo non è corretto. "Il termine picchiare introduce già un giudizio verso il bambino, una considerazione paleocriminale, che non tiene conto del fatto che è un soggetto in crescita, animato dal desiderio di imparare," afferma il pedagogista. "Questo lo porta anche a manifestare un tasso di nervosismo elevato perché non controlla ancora bene parole e movimenti." In sostanza, bisogna tenere conto che il bambino sta imparando a relazionarsi con gli altri e all'inizio fa fatica; questo non significa che abbia intenzioni violente. Ad esempio, può dare una spinta a un compagno perché desidera salire per primo sullo scivolo ed è mosso solo dal desiderio di giocare. I bambini manifestano, infatti, in modo immediato quello che sentono, vivono le emozioni allo stato puro, in modo spontaneo e senza filtri. "Noi adulti non diciamo alla suocera o al vicino di casa che non li sopportiamo; i bambini, invece, esprimono tutto direttamente," osserva Novara.

Studi evidenziano che un bambino in età prescolare, se lasciato solo con i compagni, può mettere in atto circa 50 litigi orari; in presenza di un educatore, questo numero scende a 12. "Questo accade perché il litigio è connaturato al gioco, al contatto fisico ed è fisiologico," afferma Novara. "Ma i bambini, se lasciati stare, spesso hanno grandi capacità di trovare un accordo con gli altri compagni per fare in modo che il gioco prosegua." "Il bimbo è 'opportunista' e quello che gli interessa davvero è continuare a giocare, non essere escluso," spiega Novara.

Il Metodo "Litigare Bene": Due Passi Indietro e Due Avanti

Quando un bimbo picchia un coetaneo, è dunque fondamentale non colpevolizzarlo e non intromettersi subito con atteggiamento da giudice per stabilire "come, dove e perché" è nato il litigio. "Cercare di correggere questi comportamenti porta a risultati disastrosi incuneando sensi di colpa," sostiene Novara. Se il bambino vuole un giocattolo, per esempio, cerca di prenderlo e basta. E se un compagno lo ostacola in un gioco, può venirgli in mente di dare uno spintone.

I bambini di ieri e i bambini di oggi: due bambini al parco. Ad un certo punto inizia un litigio e uno dei due dà una sberla all'altro. Scena tipica oggi come ieri. Quello che è cambiato è ciò che accade dopo. Un tempo, i bambini avevano timore degli adulti e temevano di "prenderle" per un litigio tra di loro. Quindi, lo nascondevano e non chiedevano l'intervento del genitore. Così si regolavano tra loro, sviluppando le competenze per affrontare in modo efficace i conflitti. Ovvero: "Se picchio gli altri, loro mi escludono dal gioco. Allora smetto di picchiarli così mi fanno giocare con loro."

Oggi non è più così. I bambini non hanno paura di mostrare agli adulti la loro istintualità, ma i genitori sono spesso troppo interventisti, impedendo così ai bambini di autoregolarsi, sostiene Novara. Dunque, è vietato al genitore "mettersi in mezzo" e fare il giudice di fronte a ogni scontro tra il figlio e gli amici, ingigantendo, tra l'altro, il reale peso dell'evento. Come fare? L'obiettivo prioritario di genitori ed educatori resta quello di sostenere i bimbi senza influenzare i loro processi di autoregolazione.

Proprio da queste premesse, il pedagogista ha ideato il metodo "Litigare bene", noto a livello internazionale. Il metodo consiste in due passi indietro e due passi avanti:

  1. Il primo passo indietro: rinunciare alla ricerca di un presunto colpevole ("Chi è stato?", "Come è cominciato?" sono domande da evitare perché non portano a nulla).
  2. Il primo passo avanti: invitare il bimbo a dire la sua su quanto accaduto. A casa, sarebbe utile creare un angolo apposito per farlo, il "tappetone dei bisticci" (il "compli corner"), dove il genitore accompagna il figlio per farlo parlare del litigio. Una buona pratica è anche proporre al bimbo di scrivere o disegnare su un foglio la sua versione dei fatti. Naturalmente, questo metodo (già molto usato tra genitori e scuole) deve essere condiviso in famiglia, da mamma e papà, altrimenti non funziona.
  3. Il secondo passo avanti: aiutare i bambini a trovare un accordo tra loro che si può anche mettere in una scatola (o fermare con un mollettone). Se ognuno ha espresso le sue ragioni, all'adulto "neutrale" spetta il compito di mostrare come siano tutte legittime. Con questo sistema, anche il genitore dovrebbe imparare una lezione importante: "Ogni bambino vuole solo giocare e non ha senso pretendere, per esempio, che a cinque anni abbia il senso di giustizia. E neanche chiedergli di essere 'corretto' è utile… Insomma, non c'è possibilità di creare elucubrazioni con i bambini," conclude Novara.

bambini che parlano con un adulto

Incentivare l'Autogestione e la Comprensione Emotiva

Gli episodi si ripetono troppo spesso? Bisogna incentivare la capacità di autogestirsi. Non bisogna colpevolizzare il bambino che picchia, sostiene anche Pellai. Però, la capacità di autogestione del bambino può e deve essere incentivata. Prendiamo il caso di un bambino che in classe picchia regolarmente i compagni. Per aiutarlo a smettere, si potrebbe chiedere un colloquio con le maestre e, davanti a lui, definire un "patto". "Guadagnerai uno smile oppure cinque punti da mettere su una tabella, per ogni giorno in cui non hai fatto male ai tuoi compagni. Ogni giorno chiederò alle maestre come ti sei comportato." "In questo modo il bambino riceverà una motivazione positiva che favorisce la sua capacità di autogestirsi," dice Pellai. Anche a casa, nulla vieta di adottare un sistema analogo se il genitore ritiene che i litigi tra fratelli, per esempio, o al parco, tendano a essere un po' troppo "maneschi".

Un'altra tattica suggerita da Pellai: "Se il bimbo esprime la sua rabbia 'in modo poco evoluto', di fronte al fatto concreto, la mamma può chiedergli di ripetere come sono andate le cose, prendendo la mano che ha usato per picchiare un altro e guardandola insieme." "È importante far sentire che dentro le mani c'è molta potenza ma è possibile scegliere di usarle per le carezze, invece di picchiare," dice il medico psicoterapeuta.

Quando un bimbo picchia un compagno, dunque, il genitore dovrebbe aiutarlo a capire che non si può permettere di trattare male gli altri. Sarebbe utile, secondo Pellai, anche invitarlo a chiedere scusa in modo concreto, preparando, per esempio, un dolce per il compagno. Infine, di fronte agli episodi più gravi, secondo Pellai, l'adulto può svolgere un'azione di "contenimento" forte. "Se al parco, per esempio, il bimbo non smette di picchiare, il genitore dovrebbe dirgli, 'allora andiamo a casa!'" E, in alcuni casi, è possibile valutare l'applicazione di una sanzione (intesa come perdita di un privilegio) come conseguenza diretta dell'accaduto. "Stasera non guardi la TV."

Le Cause dell'Aggressività Infantile: Un Quadro Complesso

L'aggressività nei bambini, che si manifesta con morsi, graffi, tirate di capelli, è un fenomeno complesso e multifattoriale, con radici neurobiologiche, relazionali ed emotive. Sebbene un certo grado di aggressività faccia parte del normale sviluppo, quando diventa persistente o eccessiva può avere conseguenze negative a lungo termine.

Le cause di questo fenomeno possono essere molteplici:

  • Fattori biologici e neurofisiologici: La corteccia prefrontale, l'area del cervello responsabile della regolazione delle emozioni e del controllo del comportamento, è ancora immatura nei bambini piccoli. Questo rende difficile per loro controllare gli impulsi ed esprimere e regolare le proprie emozioni in modo efficace. Uno stato emotivo di disregolazione è quindi all'origine di comportamenti aggressivi. La genetica contribuisce significativamente al rischio di sviluppare comportamenti aggressivi, con varianti genetiche legate al sistema serotoninergico che influenzano la propensione all'aggressività. Anche i tratti temperamentali, con una base genetica, giocano un ruolo determinante. Il sistema nervoso autonomo, in particolare il nervo vago, è cruciale nella regolazione emotiva.
  • Difficoltà nell'espressione emotiva e sociale: I bambini, specialmente nei primi anni di vita, possono avere difficoltà a esprimere le proprie emozioni e a sviluppare le abilità sociali nel modo corretto. Si affidano al proprio corpo come unico strumento di comunicazione. L'aggressività può rappresentare l'incapacità del bimbo di gestire la rabbia che prova dentro di sé in particolari situazioni.
  • Emulazione e modelli comportamentali: Il bambino potrebbe copiare schemi comportamentali visti in casa o nell'ambiente circostante. Molti adulti ricorrono alla violenza verbale o fisica quando sono arrabbiati, e i bambini apprendono questi modelli.
  • Reazione a stimoli ed eventi: Il comportamento violento del bambino può scaturire da un evento particolare che incide sulla sua emotività. Frustrazione, stanchezza, o una stimolazione eccessiva possono portare a reazioni aggressive quando il bambino non sa ancora gestire queste emozioni.
  • Ambiente familiare e stili educativi: Le modalità educative dei genitori hanno un impatto diretto. Uno stile autoritario, permissivo o trascurante può contribuire all'aggressività. L'incoerenza e l'imprevedibilità nei comportamenti genitoriali creano insicurezza nel bambino.
  • Esperienze sociali e relazionali: Difficoltà nello stabilire legami con i propri coetanei, esperienze di frustrazione sociale, o la carenza di stimoli adeguati nel contesto educativo possono innescare episodi di aggressività.
  • Contesto socioeconomico e culturale: Bambini provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati sono più esposti a fattori di rischio. Gli atteggiamenti culturali verso l'aggressività variano e influenzano il comportamento dei bambini.
  • Disturbi psicologici: Condizioni come il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD), il Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), il Disturbo della Condotta (CD) e il Disturbo Oppositivo Provocatorio (ODD) sono spesso associate a problemi di impulsività e difficoltà nella gestione delle emozioni, che possono manifestarsi come aggressività.

diagramma delle cause dell'aggressività infantile

Cosa Fare di Fronte all'Aggressività: Strategie Efficaci

Di fronte all'aggressività dei propri figli, i genitori possono spaventarsi o arrabbiarsi a loro volta. L'unico modo per superare davvero il problema è comprendere perché il bambino si comporta in quel modo, aiutandolo a vedere che sta sbagliando e trovando insieme delle modalità alternative per esprimere il disagio.

Ecco alcune strategie concrete:

  1. Mantenere la calma: Cercare di non farsi risucchiare nel vortice dell'aggressività. Se il bambino urla o risponde male, la reazione naturale sarebbe sgridarlo, ma è fondamentale mettersi in comunicazione con lui.
  2. Essere empatici e comprendere: Il primo passo non è punire, ma cercare di capire perché il bambino è aggressivo. Molte volte si pensa più a condannare l'atto piuttosto che capire cosa l'ha scatenato. Riconoscere l'emozione che sta dietro al gesto ("Vedo che sei davvero arrabbiato!") è cruciale.
  3. Fare da specchio e spiegare: Spiegare al bambino da dove scaturiscono le sue emozioni e come fare per controllarle. Una volta capita la causa del comportamento scorretto, spiegarla al bambino in modo semplice e chiaro.
  4. Stabilire limiti chiari e rispettosi: Far capire al bambino che non si può permettere di trattare male gli altri. Ribadire con poche e semplici parole che agire in quel modo fa male e che è una condotta inaccettabile.
  5. Incentivare alternative positive: Insegnare modi alternativi per sfogare la rabbia senza far male agli altri. Per i più piccoli, possono essere utili libri che rappresentano la rabbia; per i più grandi, lo sport può essere più efficace. Proporre attività creative come il gioco, la pittura, la fotografia, il teatro.
  6. Offrire un "contenimento" forte: Nei casi più gravi, l'adulto può svolgere un'azione di contenimento. Se il bambino non smette di picchiare, il genitore dovrebbe dirgli: "Allora andiamo a casa!". In alcuni casi, è possibile valutare una sanzione come conseguenza diretta, come la perdita di un privilegio ("Stasera non guardi la TV").
  7. Collaborare con la scuola: Informare insegnanti ed educatori e concordare regole chiare e semplici. Condividere osservazioni su quando e come insorgono i comportamenti aggressivi per adattare l'ambiente o la routine.

i consigli della psicologa rabbia e aggressività nel bambino come gestirle

Quando Preoccuparsi e Chiedere Aiuto Specialistico

Sebbene l'aggressività sia una fase comune, ci sono segnali che dovrebbero indurre a chiedere un aiuto professionale:

  • I comportamenti aggressivi sono frequenti e molto intensi.
  • Persistono oltre i 5-6 anni senza miglioramenti.
  • Causano danni significativi agli altri o agli oggetti.
  • Sono associati a ritiro sociale, difficoltà scolastiche o comportamenti di autolesione.
  • Ci sono condizioni di base (difficoltà di linguaggio, diagnosi neurologica, contesto familiare instabile).

L'intervento precoce è fondamentale per evitare che l'aggressività diventi un modello di comportamento permanente. Un approccio ampio e integrato che coinvolga la famiglia, la scuola e il supporto emotivo è essenziale per affrontare efficacemente questo complesso fenomeno. La pazienza, la comprensione e un impegno costante sono le chiavi per aiutare il bambino a navigare e superare questa fase.

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