Molti di voi sapranno già la maggior parte di queste cose, ma è fondamentale iniziare dai fondamentali per essere il più completo ed esaustivo possibile quando si affronta lo studio di una lingua. Non ci si limiterà a copiare qualche frase con relativa traduzione, ma si arricchirà il tutto con informazioni linguistiche e storiche, che sono di non poco aiuto quando si vuole imparare una lingua. A scuola ci insegnano che la grammatica “è così”, ma mai ci spiegano “perché è così”, col risultato che a quanti non hanno l’interesse necessario per andare a controllare, le lingue risultano astratte, arbitrarie e senza senso. Non che non capiti mai che lo siano, succede spesso, ma la maggior parte delle volte ci sono ragioni semplici, logiche e coerenti dietro a certe stranezze grammaticali, ed è utile sentirsele spiegare.

Illustrazione di un antico manoscritto celtico

L'Utilità dello Studio Linguistico Oltre il Profitto

Capita spesso di discutere sull’utilità dello studiare qualsiasi lingua che non offra utilità pratiche in campo commerciale. Onestamente, se per voi l’unica ragione per imparare una lingua è quella di lavorare per aziende con la funzione di traduttori di lettere commerciali, buttatevi sul cinese o sul russo e lasciate perdere le lingue europee. Ma se per voi conoscere una lingua significa accorciare la distanza tra voi e una cultura che amate, allora dateci dentro e non badate all’utilità pratica. Io, da studente di lingue senza un soldo in tasca, fuggo dall’idea di studiare una lingua per scopi commerciali e lavorativi. L’idea di lavorare in un ufficio e tradurre comunicazioni inerenti lo smercio di legname grezzo o bulloni per apparecchiature industriali, sinceramente mette una tristezza incredibile, e se possibile si vorrebbe mantenere la propria vita incentrata su ambiti culturali. Per chi non riesce a schiodarsi dalla mentalità manageriale, conoscere il gaelico fa un’ottima figura, oggigiorno, se si vuole lavorare in Scozia. La promozione che se ne fa è a tutti i livelli, e ci sono molti più posti lavorativi per gente che abbia un minimo di conoscenze che non persone che effettivamente ne hanno. Resta comunque l’incredibile fascino di una lingua così remota e dall’aspetto magico, sembra uscita dalla bocca di elfi. E imparare una lingua solo perché ci piace come suona non è un’idea bislacca: una prof. di lingua svedese alla mia università ha studiato l’italiano perché le piaceva come suoni e musicalità e voleva a tutti i costi imparare a parlarlo. Seguire il suo esempio non sarebbe male.

Origini e Storia del Gaelico Scozzese

Il gaelico scozzese è una lingua appartenente al ramo celtico della famiglia indoeuropea. Gran parte degli studiosi afferma che l’antico gaelico fosse un dialetto dell’irlandese. Esso avrebbe avuto un’evoluzione separata dopo essersi diffuso nell’ovest della Scozia a seguito dell’invasione del Paese da parte degli Scotti provenienti dall’isola verde. Forse grazie anche alla loro più consolidata cristianizzazione, i Gaeli furono capaci di diffondere e affermare la loro cultura a scapito dei nativi, i Pitti, parlanti una lingua celtica-p, che avrebbe lasciato tracce nel Gaelico in particolare nei toponimi e nel lessico. Il Gaelico fu la lingua di gran parte del regno di Scozia (allora Alba) nei secoli successivi alla sua leggendaria creazione a opera del mitico monarca Cináed mac Ailpín (in Gaelico moderno: Coinneach mac Ailpein, o nella forma anglicizzata: Kenneth MacAlpin) che secondo la leggenda avrebbe unito Gaeli e Pitti e sarebbe diventato il primo re degli scozzesi. A seguito della diffusione della cultura anglo-normanna alla corte di Edimburgo, il gaelico perse prestigio in favore dello Scozzese (Scots), variante settentrionale dell’Anglo-sassone, con forti influssi scandinavi. Nel basso medioevo si crea la frattura tra Highlands Gaeliche e Lowlands Anglicizzate che per certi versi sopravvive tutt’ora.

Mappa storica della Scozia che mostra la divisione tra Highlands e Lowlands

La cultura gaelica ha subìto un colpo quasi mortale a seguito delle rivolte giacobite, in particolare dopo la Battaglia di Culloden nel 1746, dopo la quale fu messa in atto una vera e propria politica persecutoria nei confronti della cultura gaelica, per cui furono proibiti anche l’uso del tartan e della cornamusa. A cavallo del XVIII e per tutto il XIX secolo, le Highlands furono anche interessate dal fenomeno delle “Clearances”, per cui interi villaggi e fattorie vennero spopolati e distrutti da avidi proprietari terrieri con il fine di creare più spazio per il pascolo delle pecore, le persone vennero deportate in massa verso l’America o il Canada. Il tutto con l’appoggio del governo che finanziò la costruzione di strade e infrastrutture per velocizzare le operazioni.

Il Gaelico Oggi: Una Lingua Viva e Riconosciuta

Nonostante la sua storia turbolenta e, a tratti, tragica, il gaelico non è una lingua estinta - sorte toccata, purtroppo, al Cornico - ma è tutt’ora una lingua parlata a tutti i gradi della società. Gode di un riconoscimento legale, ed è usata dalle istituzioni scozzesi. Diverse università presentano corsi impartiti in gaelico, e si stanno facendo sforzi per potenziare l’insegnamento scolastico fin dal livello elementare. La roccaforte della lingua gaelica sono però le isole occidentali, o Ebridi Esterne, dove si hanno picchi del 75% di parlanti gaelico.

Fotografia delle Ebridi Esterne, Scozia

Caratteristiche Linguistiche Distintive del Gaelico

Dal punto di vista prettamente linguistico, il Gaelico fa parte della sottofamiglia del celtico-q, all’interno della più grande famiglia delle lingue celtiche, contrapposta al celtico-p. Le lingue celtiche-q sono Irlandese, Gaelico scozzese e Mannese (parlato sull’isola di Man, una piccola entità geografica nel mare tra Inghilterra e Irlanda), mentre le lingue celtiche-p sono Gallese, Cornico (parlato in Cornovaglia), e Bretone. Dove sta la differenza? Detto grossolanamente, le lingue celtiche in generale non presentano la lettera “p” nelle parole di origine indoeuropea che etimologicamente dovrebbero averla, questo si nota particolarmente all’inizio di parola ma accade anche in corpo di parola. Le lingue celtiche-p, tuttavia, hanno subito una mutazione ulteriore per cui i suoni *kw, ereditati dalla fase comune, si sono trasformati in *p, mentre nelle lingue celtiche-q tale suono si è risolto nella semplice *k; per esempio la parola mac (figlio), diventa map in gallese.

La grammatica del gaelico scozzese sembra a prima vista astrusa e lontanissima da quella dell’italiano, ma nel corso dei decenni, è più volte emersa l’ipotesi per cui la famiglia linguistica italica (da cui discese il latino) e quella celtica fossero due diramazioni di una famiglia ancora più arcaica che le comprendeva entrambe. Insomma, per ricercare la parentela delle lingue celtiche e dell’italiano non è necessario salire fino all’indoeuropeo (come nel caso di italiano e tedesco, o di francese e russo) ma ci si può fermare un gradino prima. La ragione sta nel fatto che lingue italiche e celtiche condividono caratteristiche innovative/conservative di lessico e grammatica assenti nelle altre famiglie indoeuropee. Oggi pare che l’ipotesi dell’unità italo-celtica sia caduta nello sfavore della comunità scientifica, ma rimane fuor di dubbio che entrambi i rami linguistici condividano numerose affinità interessanti. Ovviamente questo non toglie che risulti quasi impossibile, per un italiano, identificare e comprendere parole celtiche. Le poche che si colgono nell’immediato sono per lo più prestiti latini o inglesi, ma il sistema di scrittura rende difficile comprendere perfino quelli!

Essendo il gaelico così differenziato rispetto all’italiano (parliamo di lingue in evoluzione separate da migliaia di anni) molti parlanti di altre famiglie lo troveranno astruso e insensato in molti suoi tratti peculiari. Certe parole o espressioni che noi diamo per scontate, in certe famiglie linguistiche possono essere marginali o non comparire del tutto. Questo dipende dall’evoluzione storica della lingua stessa, che si modella sullo stile di vita e sulla cultura a cui appartiene. Non solo si riscontrano differenze lessicali (per esempio lingue di popolazioni dedite alla guerra avranno moltissime parole in più per descrivere armi e tecniche belliche) ma anche sintattiche, ovvero cosa ha la precedenza nella frase. Soggetto, verbo o oggetto? L’ordine in cui compaiono può essere una spia di un diverso modo di vedere le cose. La presenza di certi tempi verbali segnala diverse concezioni culturali. Vi siete mai chiesti come mai nelle lingue germaniche non esiste una forma di futuro come la intendiamo noi, ma si deve ricorrere a verbi modali (come will in inglese)? La risposta sta nella concezione culturale dei germani: il destino è già stabilito, esso è al di sopra di tutto, nemmeno gli dei possono sottrarsi, e il futuro dipende da esso e non da noi. L’idea di non poter modificare il futuro e di non poter agire su di esso ha reso le lingue germaniche un grosso problema per i missionari cristiani: il cristianesimo fa largo uso di futuri di vario tipo, e i missionari hanno dovuto inventare forme di futuro per esprimere questi concetti estranei alla cultura germanica, così che è nato l’uso del verbo will, che inizialmente indicava volere, quale ausiliare per il futuro.

Per tornare al celtico, la prima differenza che salta all’occhio se lo si confronta con le altre lingue europee, è che esso è una lingua VSO, ovvero che l’ordine dei costituenti di una frase è Verbo-Soggetto-Oggetto, mentre nell’italiano è SVO. Le lingue del mondo con questo ordine sono tra le più rare, e questo basta a rendere le lingue celtiche speciali, ma esistono altre caratteristiche che lasciano un po’ senza parole: in gaelico non esiste il verbo avere. Questa caratteristica è piuttosto arcaica, dato che il verbo avere è una comparsa più recente nella storia indo-europea. Non è così strano se pensate che il verbo avere italiano (habeo latino) deriva da una radice indoeuropea che significava dare, *ghabh- (cfr. inglese: to give), mentre il verbo tedesco haben (inglese to have) deriva da una radice, *kap-, che significa prendere (cfr latino capio = prendere afferrare). E allora come fanno le lingue celtiche ad esprimere un concetto di possesso? Vi sembra impossibile senza il verbo avere? Non lo è. Nel nostro gaelico si ricorre ad una forma del verbo essere, seguita dall’oggetto posseduto più il possessore preceduto dalla preposizione aig (letteralmente “a”). Vi sembra un macello? Per chi ha studiato il latino, si tratta del famoso “dativo di possesso”.

Un’altra particolarità delle lingue celtiche, è l’assenza di parole quali sì o no. A noi sembrano indispensabili, ma i gaeli ne fanno benissimo a meno. Il nostro, tra l’altro, non è una parola concepita ad hoc per le affermazioni. Anzi, si tratta dell’evoluzione semantica del latino sic (=così). Il gaelico scozzese, per rispondere sì o no, si limita a ripetere il verbo della domanda. Questo sarà alla forma affermativa se la risposta è tale, o negativa nel caso la risposta sia no. In soldoni, se chiedete a un parlante gaelico “Hai fame?” vi risponderà qualcosa come “Ce l’ho/non ce l’ho”.

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L'Alfabeto e la Pronuncia: Una Sfida Affascinante

Adesso iniziamo a fare sul serio. E come per ogni corso di lingua che si rispetti, dobbiamo iniziare… dall’alfabeto! Vi avviso immediatamente: lacrime amare vengono versate da ogni studente che si approccia all’alfabeto e alla pronuncia gaelica. Il tutto è molto complesso e frustrante, ma vi assicuro che è davvero lo scoglio più difficile. Le lettere con accento grave, come à, è, sono considerate lettere a sé stanti, ma non ci sono particolari difficoltà in questo senso. Dunque, preparatevi psicologicamente per questo grosso problema del gaelico. Potete vedere le lettere dell’alfabeto e pensare che tutto sommato non fanno neanche tanto paura? Perché allora continuo a mettervi in guardia? Be’, perché ognuna di quelle lettere può essere pronunciata in due modi diversi.

Qui è opportuna una piccola nota di fonetica storica: dovrebbe essere cosa nota, che le lingue non sono mai immutabili nel tempo, e che mentre la lingua si evolve, la scrittura rimane cristallizzata, e difficilmente riflette i cambiamenti avvenuti. Pensate al latino Cicero (Cicerone), che ai suoi tempi veniva pronunciato “Chichero”. Lo spostamento di pronuncia è avvenuto perché la i e la e sono vocali che si articolano nella parte anteriore della bocca, e vengono per questo definite palatali. Queste vocali hanno “trascinato” le “c dure”, pronunciate in gola, verso la parte anteriore della bocca, così che adesso, anche in italiano, davanti a i; e a e, la c si pronuncia “palatale”, come in cicca, o cena. Addirittura, per rappresentare la pronuncia palatale davanti a una vocale posteriore (altrimenti detta velare per la vicinanza al velo palatino), come a, o od u;, inseriamo, in italiano, una i;, che però non pronunciamo (Ciao, ciocca, ciuccio). Il medesimo meccanismo è usato in gaelico, e praticamente tutte le lettere hanno una pronuncia diversa a seconda che si trovino vicino a vocali anteriori o posteriori. Se la vocale è anteriore, anche la consonante sarà “trascinata” in avanti, e viceversa. Non ci sarebbero grossi problemi se non, per evitare di rendere impossibile la distinzione, le consonanti in corpo di parola devono essere “affiancate” su ambo i lati, da consonanti dello stesso tipo. Se una fosse preceduta da una vocale anteriore e seguita da una posteriore, sarebbe impossibile capire quale delle due ha influenzato la pronuncia della stessa consonante.

Fàilte [faːltʲə] (pronunciato grossomodo “faalce”), ovvero “benvenuto”, presenta una t che non viene pronunciata. Se non fosse scritta, il nesso si troverebbe tra due vocali di qualità diversa che renderebbero impossibile capire se il nesso vada pronunciato secondo l’una o secondo l’altra. Circondata da vocali anteriori, come si vedrà in una lista, fa suonare la più o meno come una dell’italiano ciao.

  • b: se è in inizio di parola si pronuncia come la b italiana, altrimenti come una p.
  • c: sempre come la “dura” italiana di candela.
  • c: come una “dura” italiana in parole come chi, chiesa o chilo, se a inizio parola. Altrimenti come -ch del tedesco ich.
  • d: come la dell’italiano gemma.
  • g: suona come una “dura” seguita da una i-lunga (molto approssimativamente come nell’italiano ghianda).
  • l [ʎ]: come nell’italiano aglio se compare a inizio di parola. In corpo di parola è come una normale italiana.
  • n: come dell’italiano agnello se compare a inizio di parola.

In particolari situazioni, ad esempio davanti a certe preposizioni e con alcuni aggettivi possessivi riferiti a soggetti maschili, tutte le consonanti subiscono un fenomeno detto lenizione, importantissimo nel gaelico e affine alla gorgia toscana, in cui certe consonante si pronunciano “addolcite” se si trovano tra due vocali (la casa; la hasa; la torre; la thorre; la porta; la forta etc.). In gaelico questo fenomeno ha però valore distintivo; in linguistica, questo significa che la lenizione cambia il significato, o il valore grammaticale di una parola. La lenizione si segnala con una -h che segue la consonante che va lenita (nel caso di l, n ed r non viene segnalato graficamente, ovvero non esistono grafie *lh, nh rh, sebbene ci sia comunque un leggero cambiamento nella qualità del suono.).

Un Accenno alla Bellezza Artistica di Cortona

Mentre ci addentriamo nel fascino della lingua gaelica, è utile fare un breve accenno alla ricchezza artistica di luoghi che, come Cortona, custodiscono tesori di inestimabile valore. Questo è un approfondimento che segue il post "Cortona: la sua storia, i suoi palazzi e i suoi musei". Sul fianco destro della cattedrale vi è un loggiato cinquecentesco. I due portali cinquecenteschi sono attribuiti al Cristofanello. L'aspetto attuale risale al XVII secolo. Un organo a canne si trova sopra la cantoria. Il ciborio in marmo è di Ciuccio di Nuccio. L'organo è del XVII secolo. Al nostro passaggio la chiesa era chiusa. La chiesa fu consacrata nel 1374 come riporta un'iscrizione a sinistra del portale. Il rosone originario in marmo è stato sostituito da una piccola finestra. Nella cappella di sinistra dell'altare maggiore vi sono le reliquie di S.Francesco: la tonaca, il cuscino di Jacopa di Settesoli e l'evangelario. L'altare successivo custodisce la tela dell'Annunciazione di Pietro da Cortona (XVII secolo). L'ultimo altare custodisce la Natività di Raffaello Vanni (XVII secolo). Nella controfacciata destra si trova una Deposizione di Baccio Bonetti (XVI secolo). Nel terzo altare è collocata la Madonna del Suffragio di Pietro Colombati (XVIII secolo). L'organo è del XVI secolo. È conservato nella chiesa il Simulacro del Cristo orante nell'orto degli Ulivi di Baccio Ciarpi (XVII secolo). Già esisteva una chiesa S. Marco, distrutta per volere di Pietro Leopoldo, di cui rimangono i resti in una casa privata. L'interno, dalla pianta ellittica, ha una volta a padiglione a sesto ribassato con costolonature di stucco bianco e dorato che la dividono in quattro parti. Il campanile a base quadrata è caratterizzato da conci angolari in pietra. Manca di facciata e di abside. Fu costruita tra il XVII e il XVIII secolo a pianta latina, con cupola centrale e decorazioni in stile barocco. La cupola, divisa da costoloni in otto spicchi, è a sesto acuto. L'effige della Madonna miracolosa è posta sopra l'altare maggiore. Gli artisti nati a Cortona, o venuti a lavorare in questo borgo, hanno lasciato ai loro committenti dei veri capolavori, sui quali è doveroso soffermarsi.

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