La figura della balia, storicamente legata all'immagine di una donna che nutre e cresce bambini altrui con il proprio latte, nasconde al suo interno una sfumatura meno conosciuta ma altrettanto significativa: quella della "balia asciutta". Questo termine, spesso incontrato nelle definizioni dei cruciverba, come "quelle asciutte non allattavano", evoca un ruolo di cura e accudimento che va oltre la mera nutrizione fisica. Le balie asciutte, pur non potendo offrire il nutrimento primario del latte materno, si dedicavano con abnegazione alla crescita e al benessere dei bambini affidati, svolgendo un compito essenziale e profondamente umano.

Una donna che tiene in braccio un neonato, con uno sguardo amorevole.

Il Significato di "Balia Asciutta"

Il termine "balia asciutta" si riferisce a una donna che ospitava ed accudiva i figli di altri nella propria casa, senza tuttavia allattarli. A differenza della balia "in latte", il cui compito principale era quello di fornire nutrimento attraverso l'allattamento, la balia asciutta si occupava di tutte le altre necessità del bambino: il cambio del pannolino, il lavaggio, la preparazione del biberon, l'accompagnamento all'asilo e, in generale, l'educazione e la cura quotidiana. Questo ruolo era particolarmente diffuso in epoche in cui le madri, per motivi economici o sociali, non potevano dedicarsi interamente ai propri figli, o quando, per svariate ragioni, la madre non disponeva di latte sufficiente.

Le Origini e la Diffusione del Baliatico

Il baliatico, ovvero il lavoro della balia, era una pratica diffusa in molte culture e periodi storici. In Italia, dal Medioevo fino all'inizio del Novecento, questa professione era considerata un lavoro rispettabile e ben retribuito, soprattutto per le donne della classe operaia. Le donne che intraprendevano questa strada spesso lasciavano la propria vita familiare per andare a lavorare presso famiglie benestanti, dove potevano guadagnare cifre considerevoli, a volte anche il triplo di un operaio.

Le prime donne che emigrarono all'estero, in particolare dal sud Italia, per vendere il loro latte erano proprio le balie. Questo fenomeno evidenzia l'importanza economica e sociale di questa figura. Tuttavia, l'emigrazione non era l'unica opzione; molte donne svolgevano questo mestiere all'interno del proprio paese, accudendo bambini altrui nella propria abitazione.

Testimonianze di Vita: Pina, Teresa, Maria

Le storie raccolte offrono uno sguardo intimo e commovente sulla vita di queste donne. Pina, ad esempio, ha iniziato il suo lavoro di "tata" (come preferiva essere chiamata) fin da bambina, crescendo otto fratelli maschi mentre sua madre lavorava. Una volta sposata, si è trasferita a Milano e ha allevato ben tredici figli degli altri, accompagnandoli fino alla laurea. Nonostante fosse pagata poco, Pina trovava soddisfazione nel suo lavoro, esercitando una sorta di autorità bonaria sulle famiglie che la impiegavano, suggerendo acquisti e dimostrando un buon gusto che le veniva riconosciuto. La nascita di una bambina dopo otto maschi le portò una gioia immensa, evidenziando l'affetto profondo che legava queste donne ai bambini che accudivano.

Teresa, ospite di una casa di riposo, racconta di aver preso a balia un bambino quando sua figlia aveva quattro anni. Essendo "asciutta", non poteva allattarlo, ma lo accolse in casa, lo mandò a scuola e lo tenne con sé fino a dopo le scuole medie. Quel bambino, ora dottore, la chiama ancora "la mia balia", testimonianza del legame duraturo che si era creato. Teresa esprime il dispiacere provato quando il bambino ritornò dalla sua mamma, sottolineando quanto fosse difficile separarsi da coloro che si erano cresciuti con amore.

Maria, pur non amando il termine "balia", racconta di aver allevato tre figli suoi e tre figli di altri, con l'obiettivo di far studiare i propri. Adriano, uno dei bambini che ha cresciuto, è arrivato a casa sua a diciannove giorni. La madre di Adriano, amica di Maria, lavorava in una grande trattoria e si fidò di lei per accudire il figlio. Nonostante il legame affettivo profondo, Maria sottolinea la difficoltà emotiva di voler bene a un bambino come fosse il proprio, pur sapendo che non lo è. L'episodio in cui Adriano, a tre anni, le chiede di chiamarla "mamma" e lei lo indirizza a chiamarla "zia" rivela la complessità emotiva di queste relazioni. Maria, pur orgogliosa di ciò che ha fatto per i suoi figli, ammette che non rifarebbe l'esperienza della balia, non per il sacrificio, ma per il legame affettivo che rende difficile la separazione.

Un gruppo di donne anziane sedute insieme, che conversano.

Le Motivazioni e i Sacrifici

Le motivazioni che spingevano queste donne a intraprendere il mestiere di balia erano molteplici. Per alcune, come Maria, l'obiettivo primario era garantire un futuro migliore ai propri figli, permettendo loro di studiare. Per altre, come Enrichetta, la scelta era dettata dalla necessità di aiutare la famiglia, soprattutto in periodi di difficoltà economica. Enrichetta racconta di aver preso a balia una bambina che rischiava di morire, allattandola per sei mesi e ricevendo un compenso giornaliero. La sua esperienza evidenzia la dedizione e il sacrificio che questo lavoro comportava, soprattutto quando si trattava di salvare una vita.

Carla, a ventidue anni con già due figli, allattava la propria figlia e la nipote. Non veniva pagata perché le famiglie erano povere e il pagamento per l'allattamento sarebbe stato un lusso. Margherita, invece, allattava un bambino gravemente malato, anche in questo caso senza compenso, perché la famiglia era in estrema povertà. Queste testimonianze mettono in luce la generosità e la solidarietà che animavano molte di queste donne, pronte a mettere a disposizione il proprio corpo e il proprio tempo per aiutare chi era in difficoltà.

L'Impatto Emotivo e i Legami Affettivi

Il lavoro della balia, pur svolto con dedizione, comportava spesso un profondo impatto emotivo. Giò, nuora della signora Rosy, racconta come sua suocera, pur svolgendo il lavoro con amore, sentisse la fatica di dover accudire sia il proprio figlio che il bambino affidato, soprattutto di notte. La richiesta di discrezione da parte di Rosy verso i genitori del bambino affidato evidenzia lo stress fisico ed emotivo a cui era sottoposta.

L'espressione "fratello di latte" sottolinea i forti legami affettivi che si creavano tra i bambini cresciuti insieme dalla stessa balia, e anche tra la balia e il bambino affidato. Questi legami, come dimostra la testimonianza di Maria riguardo ad Adriano, potevano perdurare nel tempo, con i bambini che continuavano a chiamare "zia" o "nonna" la donna che li aveva accuditi.

Considerazioni Storiche e Sociali

Le fonti storiche, come quelle citate da Treccani e altre pubblicazioni, confermano la centralità del ruolo della balia nella società. Si parla di "baliatico" come professione ben pagata e rispettabile, e si stima che nel XVIII secolo una balia guadagnasse più di un uomo medio. Fino all'Ottocento, era comune che i bambini venissero affidati a balie fino ai tre anni di vita.

La figura della "mammy" negli Stati Uniti del Sud, spesso una donna nera schiava, evidenzia le dinamiche sociali complesse e talvolta oppressive legate a questo mestiere. In questi casi, il bambino nero schiavo e il bambino bianco figlio del padrone potevano crescere insieme, creando legami che riflettevano le ingiustizie della schiavitù.

La Cura senza Latte: Un'Arte dell'Accudimento

La locuzione "balia asciutta" ci ricorda che la cura di un bambino non si limita all'allattamento. Il lavoro di queste donne, spesso sottovalutato o dimenticato, era fondamentale per la crescita di intere generazioni. Esse fornivano amore, sicurezza, educazione e un ambiente familiare, compensando in modo prezioso le assenze delle madri biologiche.

Com'era la vita nel XIX secolo: la Gran Bretagna vittoriana

Le parole di Maria, "Non voglio dire balia, a me non piace dire balia", suggeriscono un desiderio di superare una definizione che forse non rendeva giustizia alla complessità e all'amore profondo che queste donne riversavano nel loro lavoro. Erano più che semplici nutrici; erano figure materne surrogate, angeli custodi che, anche senza latte, offrivano il nutrimento più importante: quello dell'affetto e della cura incondizionata.

Riflessioni sull'Eredità delle Balie Asciutte

Oggi, la figura della balia è quasi scomparsa, sostituita da forme di assistenza all'infanzia più strutturate. Tuttavia, l'eredità delle balie asciutte persiste nel ricordo di chi ha ricevuto le loro cure e nell'importanza che attribuiamo alla cura e all'educazione dei bambini. Le loro storie ci ricordano che l'amore materno e la dedizione possono manifestarsi in molteplici forme, e che il valore di un gesto non si misura solo dal latte offerto, ma dall'intensità dell'affetto e dalla cura profusa. La loro esistenza, spesso ai margini della narrazione storica, merita di essere ricordata e celebrata per il contributo inestimabile che hanno dato alla società e al benessere dei più piccoli. La loro opera, fatta di sacrifici, amore e dedizione, continua a risuonare come un esempio di altruismo e di forza femminile.

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