Fabio Ghezzi, 54 anni, è una figura chiave nell'ambito della salute materno-infantile nella provincia di Varese. Direttore della rete integrata materno infantile della Asst Sette Laghi e professore di Ginecologia e Ostetricia all'Università dell'Insubria, Ghezzi è un uomo schivo che predilige il lavoro di squadra alla ribalta personale. La sua expertise è stata fondamentale nell'affrontare le sfide senza precedenti poste dalla pandemia di Covid-19, riorganizzando i percorsi di cura per garantire la sicurezza di madri e neonati in un contesto di emergenza sanitaria.
L'Ospedale Filippo Del Ponte di Varese: Un Baluardo di Vita Durante la Pandemia
L'ospedale Filippo Del Ponte di Varese, punto nascita più grande della provincia con sedi a Cittiglio, Tradate e Angera, ha affrontato l'anno più critico della pandemia con una resilienza notevole. Nonostante le difficoltà logistiche e le ansie diffuse, l'equipe medica e ostetrica non ha mai interrotto il proprio servizio, accogliendo ogni gravidanza e garantendo la continuità delle cure. Questo impegno si è tradotto in un numero di parti che, pur lievemente diminuito rispetto agli anni precedenti (da 3.900 a circa 3.800), testimonia la vitalità del reparto.

Il contesto pandemico ha imposto un radicale cambiamento nelle modalità di assistenza. Le stringenti regole sanitarie, volte a prevenire il contagio, hanno creato una barriera fisica tra i neo-genitori e i loro cari. I padri, pur presenti all'ingresso con fiori e biancheria pulita, potevano assistere al parto ma dovevano poi lasciare la struttura, rivedendo il neonato solo al momento delle dimissioni. Questa separazione forzata contrasta con la natura stessa del "percorso nascita", che dovrebbe essere un momento di condivisione e vicinanza. I tablet hanno cercato di colmare questo vuoto, permettendo ai neo-genitori di osservare i propri piccoli, ma l'assenza del contatto umano è stata una delle sfide più sentite.
Riorganizzazione dei Percorsi di Cura: L'Approccio di Fabio Ghezzi
Fabio Ghezzi è stato l'artefice della complessa riorganizzazione dei reparti per gestire le diverse tipologie di pazienti Covid-19. La necessità di separare rigorosamente le donne asintomatiche negative, asintomatiche positive, sintomatiche positive e sintomatiche negative ha richiesto la creazione di percorsi differenziati e l'impiego di équipe dedicate. Sono state istituite sale parto e sale operatorie specifiche per pazienti Covid-19 e altrettante "Covid free". Questa meticolosa pianificazione, descritta dal professor Ghezzi come un "logico" ma "non semplice" spostamento di reparti, è stata essenziale per garantire la sicurezza di tutti e la continuità delle prestazioni mediche.
Giusy Vita, coordinatrice ostetrica, ha definito i mesi della riorganizzazione come "convulsi, di ansie e paure", ma ha anche sottolineato come, nonostante le difficoltà, "ce l'abbiamo fatta, ce la stiamo facendo". Paradossalmente, Vita ha notato anche aspetti positivi emersi da questa situazione inedita, come il rafforzamento del "rapporto esclusivo madre-bimbo". L'assenza delle visite pomeridiane tradizionali, che un tempo includevano parenti e amiche, ha permesso una maggiore intimità tra madre e neonato.

Dall'altra parte, Nellina Iovino, coordinatrice ostetrica della sala parto, ha evidenziato la mancanza della "triade" madre-padre-figlio, un aspetto che ha reso le donne positive al Covid ancora più sole durante il travaglio. Tuttavia, ha rassicurato sul fatto che l'assistenza "one-to-one" garantisce che nessuna donna sia mai lasciata sola, nemmeno in caso di positività al virus. La presenza costante dell'ostetrica durante tutto il travaglio, anche quando questo si protrae per molte ore, ha fornito un supporto fondamentale a donne tormentate da mille paure, amplificate dalla pandemia.
La Forza della Vita e il Declino Demografico
Nonostante la fatica e le sfide, l'arrivo di una nuova vita ha rappresentato un raggio di speranza in un periodo segnato dalla pandemia. "Però arriva la vita, in un momento in cui siamo tutti così provati dalla pandemia," ha commentato Iovino, evidenziando come l'anno sia "volato" grazie all'impegno di tutto il personale, inclusi gli addetti alla decontaminazione e coloro che hanno visto i turni estendersi da otto a dodici ore.
Fabio Ghezzi, con la sua esperienza internazionale maturata anche in contesti difficili come il deserto del Negev, sottolinea la "forza della vita" e la "gioia della nascita" come elementi preponderanti. La luce negli occhi di una donna appena partorita, descritta come una "felicità unica", è un potente promemoria della resilienza umana.
Tuttavia, questi momenti di gioia si scontrano con un dato demografico allarmante: il costante calo delle nascite in Italia, e in particolare a Varese. Il numero totale dei nati è in decrescita dal 2005, con una perdita di circa 500 nascite all'anno negli ultimi sette anni nel capoluogo provinciale. Questo declino riflette una crisi demografica nazionale, influenzata da difficoltà sociali e dalla mancata consapevolezza del limite di età per affrontare la maternità.
Le statistiche evidenziano come più della metà delle donne italiane che partoriscono a Varese (55%) sia al primo figlio, mentre questa percentuale scende al 36% per le donne non italiane. La tendenza a posticipare la maternità è sempre più marcata, con l'8% delle donne al primo parto che ha ottenuto la gravidanza tramite tecniche di riproduzione assistita, un dato probabilmente sottostimato. L'impatto dell'età sulla fertilità è spesso sottovalutato, e la capacità della procreazione assistita viene talvolta sovrastimata. Per invertire questa tendenza, è necessario uno sforzo sociale e politico che affronti la precarietà del presente e del futuro delle giovani generazioni.
La riorganizzazione ospedaliera in attesa di un'eventuale seconda ondata della pandemia COVID-19
Esperienze Diverse, Un Obiettivo Comune
L'approccio alla nascita e alla cura materno-infantile è stato oggetto di riflessione anche da parte di Antonella Cromi, responsabile della Patologia della gravidanza e professore associato. Cromi ha sottolineato come la solitudine sia un problema significativo, specialmente per le donne con gravidanze complicate che necessitano di ricoveri prolungati. Sebbene la videochiamata possa offrire una parziale connessione, non può sostituire una visita o un abbraccio. Tuttavia, ha evidenziato un punto di forza dell'ospedale di Varese: la presenza della sala parto, dove si assiste non solo alla malattia e alla morte, ma soprattutto alla nascita. Ghezzi ha aggiunto che, sebbene a volte si debbano affrontare tumori ginecologici, l'ospedale è un luogo dove si intrecciano la fine di una vita e l'inizio di un'altra.
La carriera e l'esperienza di Fabio Ghezzi sono state plasmate anche da periodi formativi all'estero, tra cui Detroit, Basilea, Lugano e la Ben Gurion University nel deserto del Negev, un luogo dove si registrano circa 16.000 parti all'anno. Queste esperienze internazionali hanno contribuito a formare la sua visione organizzativa e la sua profonda comprensione delle dinamiche legate alla salute materno-infantile. Nonostante la sua importanza nel panorama medico, Ghezzi rimane una figura umile, che attribuisce il successo all'importanza del lavoro di squadra: "Scriva che l'importante è la squadra, senza quella non si va da nessuna parte."
La sua dedizione, unita a quella di tutto il personale sanitario dell'Asst Sette Laghi, ha permesso di navigare le acque turbolente della pandemia, garantendo che la vita continuasse a sbocciare anche nei momenti più difficili. La storia di Fabio Ghezzi e del suo team è una testimonianza di professionalità, resilienza e dell'inarrestabile forza della vita.

