La distinzione tra "capire" e "concepire" va oltre la semplice sinonimia lessicale, toccando sfumature profonde del pensiero e della percezione umana. Mentre il vocabolario comune tende a sovrapporre questi termini, un'analisi più attenta, specialmente alla luce di specifiche modalità di elaborazione cognitiva, rivela un divario significativo. Questo articolo si propone di esplorare questa differenza, attingendo a concetti linguistici, neurologici e filosofici per illuminare come percepiamo, elaboriamo e comunichiamo la realtà, con un focus particolare su come queste differenze possano manifestarsi in individui con funzionamenti cognitivi atipici.

L'Italiano e la Struttura del Pensiero: Nominativo vs. Ergativo

L'italiano, come molte lingue indoeuropee, è una lingua nominativo-accusativa. Questa struttura grammaticale riflette un modo di pensare in cui il soggetto, l'agente dell'azione, è il fulcro della frase. In una frase come "Io vedo te", il "io" è il punto di partenza, l'entità attiva che dirige la sua percezione verso "te". L'attenzione è primariamente focalizzata sull'attore dell'azione.

Schema di una frase nominativo-accusativa

Al contrario, l'autore dell'articolo propone un modello di pensiero "ergativo", ispirato alle strutture di alcune lingue ergativo-assolutive del mondo. In una prospettiva ergativa, il perno del ragionamento verbale non è chi compie l'azione, ma piuttosto ciò che "subisce" l'azione o ciò che "avviene". Riprendendo l'esempio, in una lingua ergativa, si potrebbe dire qualcosa di simile a "me vedo tu", dove il focus si sposta su "te", l'entità che viene percepita, o su un'idea di "vedere" come un fenomeno che accade. L'agente dell'azione, in questo caso "io", diventa meno centrale, quasi subordinato al verificarsi dell'evento stesso.

Il concetto di "pensiero nominativo" implica una tendenza a categorizzare e a "inscatolare" concetti all'interno della mente del parlante. Le cose vengono identificate, nominate e archiviate per un uso futuro. Questo approccio è efficiente per la creazione e la gestione di concetti, permettendo una rapida classificazione della realtà.

Il "pensiero ergativo", invece, tende a descrivere i fenomeni nel loro svolgersi, nella loro fluidità, piuttosto che cristallizzarli in concetti definiti. C'è una minore enfasi sulla cristallizzazione attraverso un nome o un'etichetta, e una maggiore attenzione al processo, al divenire. Questo stile di pensiero può rendere più fluida la narrazione di eventi e fenomeni, ma può anche incontrare difficoltà nel condensare la realtà in definizioni precise e immutabili.

Capire: L'Azione del "Prendere" e dell'Afferrare

Il verbo "capire" deriva dal latino capere, che significa "prendere". Questa radice semantica si estende a significati come "afferrare", "prendere posto", "prendere posizione", e persino, in senso negativo, "impadronirsi" o "portar via". In ogni caso, "capire" implica un'azione attiva da parte di un soggetto che esercita una capacità di "prendere" o "contenere" qualcosa.

Quando "capiamo" qualcosa, in senso lato, lo stiamo accogliendo, lo stiamo afferrando intellettualmente o sensorialmente. Possiamo "capire" una spiegazione nel senso di averla ricevuta e processata a livello cognitivo. Possiamo "capire" un'emozione nel senso di averla identificata e riconosciuta come un'esperienza interiore.

Illustrazione di una persona che afferra un concetto astratto

Questo processo di "prendere" può essere superficiale o profondo, ma la sua essenza risiede nell'atto di acquisizione. Si può "capire" che un certo pedale per chitarra ha determinate caratteristiche tecniche, anche se non si condividono le scelte costruttive o politiche aziendali che lo hanno portato a essere così. Si "prende" l'informazione, la si registra, ma non necessariamente la si integra o la si fa propria.

Concepire: L'Accogliere e l'Intendere nel Profondo

"Concepire", invece, deriva dal latino concipere, composto da con- (insieme) e capere (prendere). Questo prefisso "con-" aggiunge un'ulteriore dimensione all'atto del "prendere", suggerendo un'idea di "prendere insieme", di accogliere e integrare.

Il Conciso Dizionario della Lingua Italiana fornisce diverse sfumature di "concepire":

  • Accogliere in sé il germe di una nuova vita: Questo è il significato biologico primario, l'inizio di un processo vitale che si sviluppa all'interno.
  • Accogliere nel proprio animo, cominciare a sentire, a provare, a nutrire un certo sentimento: Qui "concepire" indica l'instaurarsi di uno stato emotivo, un'interiorizzazione profonda. Non si tratta solo di riconoscere un sentimento, ma di farlo proprio, di lasciarlo germogliare dentro di sé.
  • Accogliere nell'intelletto, nella coscienza, quindi intendere, capire: Questo significato estende l'idea di accoglimento all'ambito intellettuale. "Concepire" un'idea significa non solo averla ricevuta, ma averla compresa a un livello più profondo, averla integrata nel proprio quadro di conoscenze e valori. L'autore dell'articolo usa questo senso per distinguere tra il "capire" (prendere e mettere nel cassetto) e il "comprendere" (condividere all'interno delle proprie conoscenze e valori).
  • Accogliere nella fantasia, quindi ideare, immaginare: Qui "concepire" si lega alla creatività, alla generazione di nuove idee o progetti.

"Concepire" implica quindi un processo più profondo di integrazione e interiorizzazione rispetto al semplice "capire". È l'atto di dare forma a qualcosa nella propria mente, di farlo proprio, di comprenderne il significato nel contesto della propria esperienza e del proprio sistema di valori.

Illustrazione di un'idea che germoglia nella mente

L'Esperienza Autistica e la Differenza tra Capire e Concepire

La dicotomia tra "capire" e "concepire" assume particolare rilevanza quando si considera il funzionamento cognitivo autistico. La leggenda che vuole le persone autistiche incapaci di capire le proprie emozioni e prive di empatia è, fortunatamente, sfatata. Oggi sappiamo che il funzionamento autistico è semplicemente diverso da quello tipico.

L'autore dell'articolo sostiene che la difficoltà nel tradurre e comunicare il proprio funzionamento autistico non sia dovuta a un'incapacità di comprendere, ma piuttosto a una modalità di "concepire" che differisce da quella tipica, e che si allinea meglio con una struttura di pensiero "ergativa".

Quando una persona autistica, con un pensiero "ergativo", sperimenta un'emozione come la rabbia, non le viene immediatamente in mente la parola "rabbia". Invece, percepisce un fenomeno che si manifesta, un processo in divenire. La sua attenzione è secondaria rispetto al fenomeno stesso. Non condensa questa esperienza in un nome, ma la sente svolgersi, agitarsi, apparire e svanire. Di conseguenza, per questa persona, non esiste il "nome" rabbia, ma esiste piuttosto il "racconto della rabbia", la descrizione del suo dispiegarsi.

Guilford: creatività e pensiero divergente

Questo modo di "concepire" le emozioni è radicalmente diverso dal modo "nominativo" di identificarle con un'etichetta precisa. Non si tratta di un'incapacità di sentire o capire, ma di una modalità di processamento differente. La difficoltà nel comunicare sta nel fatto che il linguaggio nominativo-accusativo, predominante, fatica a catturare la fluidità e la processualità di un'esperienza concepita in modo ergativo.

Analogamente, l'empatia nelle persone autistiche non è assente, ma si manifesta in modo diverso. Invece di identificare un'emozione altrui con un'etichetta ("rabbia"), la persona autistica può percepire il fenomeno nel suo svolgersi, sentendone l'impatto e la natura. Questo non significa che non provi empatia, ma che la sua esperienza empatica è più legata alla percezione diretta del "come" l'altro sta vivendo qualcosa, piuttosto che all'"etichetta" che darebbe a quella esperienza.

Le lingue ergative, come l'ubykh estinto, offrono spunti interessanti. L'espressione "ti amo" veniva tradotta con qualcosa di simile a "ti vedo bene". Questo non implica un'assenza di amore, ma una modalità di esprimerlo focalizzata sull'atto percettivo e sulla profondità di tale percezione, dove l'io che vede è quasi secondario rispetto all'esperienza del vedere l'altro. Allo stesso modo, "mi piaci" poteva essere espresso come "mi tagli il cuore", un'immagine potente che descrive l'effetto dell'altro sul proprio stato interiore, piuttosto che un semplice giudizio o etichetta.

L'Esempio dei Pedali per Chitarra: Un Paragone Analogico

L'autore utilizza un'analogia con i pedali per chitarra per illustrare ulteriormente la differenza tra "capire" e "concepire".

Nel caso del pedale Strymon Timeline, l'autore "capisce" le sue capacità tecniche e la sua vastità sonora. È soddisfatto per molti aspetti, ma riconosce che manca un controllo soddisfacente su aspetti come l'editing e la gestione dei preset. Il pedale non è "autosufficiente" e richiede strumenti esterni per sfruttare appieno il suo potenziale. L'autore "prende" queste informazioni e le archivia, ma non le "concepisce" come un'esperienza pienamente integrata e soddisfacente.

Immagine di pedali per chitarra Strymon

Con il pedale Strymon BigSky, la situazione è più complessa. L'autore si ritrova a "concepire" il riverbero come uno sfondo che supporta e rispetta il suono principale. Tuttavia, il BigSky, con la sua quantità di effetti e la sua tendenza a "stare davanti", sembra voler comandare. L'autore sente che il pedale non si adatta al suo modo di concepire il suono, ma è lui a dover combattere la "battaglia" decisa dal pedale. Nonostante la sua ricchezza di funzioni, l'esperienza sonora non è pienamente "concepita" nel senso di integrarsi armoniosamente con la sua visione. Alla fine, l'autore decide di vendere il BigSky, realizzando di "concepire" il riverbero in modo diverso, e di avere già tutto ciò che gli occorre.

Questa esperienza con i pedali illustra come anche in un campo apparentemente tecnico, la percezione soggettiva e il modo in cui "concepimmo" un prodotto (se si adatta alla nostra visione o se ci impone la sua) giochino un ruolo fondamentale nella soddisfazione. Non si tratta solo di "capire" le specifiche, ma di "concepire" l'esperienza d'uso in modo coerente con i propri principi e desideri.

Conclusione: Verso una Maggiore Comprensione Reciproca

La distinzione tra "capire" e "concepire", arricchita dalla lente del pensiero nominativo ed ergativo, apre nuove prospettive sulla comunicazione e sull'interazione umana. Riconoscere che esistono modi diversi di elaborare la realtà, di sentire le emozioni e di interagire empaticamente, è il primo passo verso una maggiore comprensione reciproca.

Per le persone autistiche, questo significa che le loro modalità di "concepire" il mondo non sono difetti, ma semplicemente variazioni cognitive. Per coloro che interagiscono con persone autistiche, significa che è necessario andare oltre il semplice "capire" le parole, per cercare di "concepire" la prospettiva e l'esperienza dell'altro, anche quando questa si discosta da ciò che è considerato tipico.

La sfida linguistica nell'italiano, e in altre lingue simili, risiede nel fatto che la sua struttura nominativo-accusativa tende a privilegiare una visione del mondo centrata sull'agente e sulla categorizzazione. Tradurre e comunicare esperienze concepite in modo più fluidi ed ergativi richiede uno sforzo consapevole per trovare modi alternativi di espressione, forse attingendo a metafore, narrazioni e descrizioni del processo, piuttosto che a definizioni rigide. Solo così potremo sperare di colmare il divario tra ciò che è "capito" a livello superficiale e ciò che è veramente "concepito" e condiviso a un livello più profondo.

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