L'obiezione di coscienza, sancita dalla legge italiana come diritto dei medici e del personale sanitario di astenersi dalla pratica dell'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) per motivi morali o religiosi, rappresenta un nodo cruciale nel dibattito sull'accesso all'aborto nel paese. Se da un lato tutela la libertà di coscienza individuale, dall'altro può compromettere, e di fatto compromette in molte aree, la garanzia del diritto alla salute delle donne, rendendo l'IVG difficile o impossibile da ottenere.

La Situazione negli Ospedali Italiani: Un Quadro Complesso
La legge 194 del 1978, che depenalizza l'aborto entro i primi tre mesi di gravidanza, prevede la possibilità per il personale sanitario di avvalersi dell'obiezione di coscienza. Tuttavia, a distanza di oltre quarant'anni dalla sua approvazione, il tasso di obiezione tra i medici, in particolare tra i ginecologi, è così elevato da creare significative criticità nell'accesso al servizio in molte parti d'Italia.
Secondo la relazione del Ministero della Salute presentata nel 2022, nel 2020 il 64,6% dei ginecologi italiani era obiettore di coscienza, con un leggero calo rispetto all'anno precedente. Anche gli anestesisti (44,6%) e il personale non medico (36,2%) registrano percentuali significative di obiezione. Tuttavia, questi dati nazionali offrono solo un quadro parziale. Il report "Mai Dati" dell'associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, evidenzia una realtà più preoccupante: in diverse zone del paese, il tasso di obiezione raggiunge percentuali altissime, rendendo di fatto inaccessibile il servizio.
Il report indica che 72 ospedali italiani hanno tra l'80% e il 100% di obiettori tra il personale sanitario. Ventidue ospedali e quattro consultori registrano il 100% di obiettori tra tutto il personale, mentre 18 ospedali hanno il 100% di ginecologi obiettori. Altre 46 strutture superano l'80% di obiezione. Questa situazione si traduce in un percorso ad ostacoli per le donne che desiderano interrompere la gravidanza: difficoltà nel reperire informazioni, lunghi tempi di attesa o la necessità di spostarsi in altre regioni.
Casi Emblematici: Cosenza, Molise, Marche
L'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza, in Calabria, è un esempio emblematico di questa criticità. I ginecologi sono tutti obiettori di coscienza, e l'IVG viene praticata solo due volte a settimana grazie a un medico "a gettone". Le attiviste del collettivo cosentino Fem.In hanno denunciato come, a più di sei mesi dalle dimissioni dell'unico ginecologo non obiettore, il servizio sia ancora carente.
Il Molise è la regione con la più alta percentuale di obiettori: su due strutture ospedaliere, una ha tutti i ginecologi obiettori, mentre nell'altra otto medici su dieci lo sono. L'IVG si pratica solo nell'ospedale di Campobasso, e l'unico medico non obiettore della regione, Michele Mariano, è stato più volte costretto a rimandare la pensione per la mancanza di sostituti.
Nelle Marche, la situazione è altrettanto critica. Due strutture ospedaliere, quelle di Fermo e Jesi, hanno tutti i medici ginecologi obiettori. Marina Toschi, ginecologa dell'Aied, sottolinea come la difficoltà di accesso sia legata non solo all'alta percentuale di obiettori, ma anche allo stigma che ancora circonda i medici che praticano l'IVG, spesso caricati di un lavoro eccessivo e sottopagati.
La mia obiezione di coscienza
Le Ragioni dell'Obiezione: Tra Etica, Carriera e Stigma
Le ragioni dietro l'alta percentuale di obiezione di coscienza sono molteplici e complesse. Michele Mariano, medico molisano, suggerisce che "chi fa aborti non fa carriera" e che l'influenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano continui a pesare sulla percezione dell'IVG. Molti colleghi, secondo Mariano, considerano chi pratica l'aborto come un "ginecologo di serie B".
Marina Toschi concorda sul peso dello stigma, evidenziando come i ginecologi non obiettori si trovino a svolgere solo IVG, con un carico di lavoro elevato e una remunerazione inadeguata, subendo il discredito sociale.
Irene Cetin, docente di ostetricia e ginecologia e primaria all'ospedale Buzzi di Milano, individua nel carico di lavoro e nella ripetitività delle operazioni di IVG un fattore di demotivazione per i non obiettori, soprattutto in reparti dove la maggioranza del personale è obiettore. Dal punto di vista professionale, occuparsi solo di IVG può essere penalizzante per la crescita.
Paolo Rollo, primario di ginecologia all'ospedale Cannizzaro di Catania, pur essendo obiettore, sostiene che l'obiezione di coscienza è un diritto legittimo e che l'importante è garantire il servizio. Nel suo ospedale, il servizio viene assicurato tramite un medico non obiettore a contratto, senza liste d'attesa.
Mario Meroni, primario all'ospedale Niguarda di Milano, anch'egli obiettore, afferma che la carriera dei ginecologi non è necessariamente penalizzata dall'essere non obiettori, citando la sua stessa posizione di unico primario obiettore a Milano. Meroni osserva una differenza anagrafica: i ginecologi più giovani sono quasi tutti non obiettori, mentre la "vecchia guardia" invoca motivazioni etico-religiose.
La Mancanza di Formazione e l'Ostacolo alle Nuove Metodologie
Un altro aspetto cruciale, sottolineato da Marina Toschi, è la carenza di formazione sull'IVG e sulla contraccezione nelle università italiane, in particolare quelle cattoliche. Argomenti come l'uso del misoprostolo (farmaco abortivo) o l'inserimento delle spirali contraccettive sono considerati tabù. Di conseguenza, le linee di indirizzo del Ministero della Salute che prevedono la somministrazione delle pillole abortive (Ru486) nei consultori non vengono adottate da molte regioni per mancanza di formazione degli operatori.
Questo ostacola l'accesso a metodi sempre più sicuri ed efficaci, come l'aborto farmacologico, che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera un metodo "sicuro ed efficace". In molte regioni, l'aborto farmacologico è limitato o non pienamente implementato, costringendo le donne a ricorrere a procedure più invasive o a spostarsi.

Le Responsabilità delle Istituzioni e la Necessità di Dati Trasparenti
Le associazioni che si battono per l'applicazione della legge 194, come Laiga (Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l’applicazione della 194) e l'associazione Luca Coscioni, denunciano la mancanza di informazioni chiare, pubbliche e trasparenti sulle modalità di accesso ai servizi di IVG e sugli ospedali a cui rivolgersi.
Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell'associazione Luca Coscioni, sottolinea l'importanza di avere dati aggiornati e disponibili a livello regionale e di singola struttura. La mancanza di questi dati lascia le donne "in balìa della sorte", costringendole a muoversi per sentito dire e perdendo tempo prezioso.
Le associazioni evidenziano anche la responsabilità dei dirigenti sanitari e generali, che non sempre applicano la legge, lasciando ospedali senza servizio IVG. In casi di alta obiezione, sarebbe compito dei dirigenti attivare contratti ad hoc o convenzioni per garantire il servizio.
La politica gioca un ruolo significativo. In Liguria, ad esempio, una proposta per valutare l'assunzione di ginecologi non obiettori per garantire l'attuazione della legge 194 è stata bocciata dalla maggioranza di centrodestra.
Oltre l'Obiezione: La Tutela della Salute della Donna
La legge 194, pur garantendo l'aborto, è frutto di un compromesso politico che non sancisce esplicitamente il diritto all'aborto come una scelta di libertà della donna, ma piuttosto come una "pratica sanitaria a tutela della salute delle donne". Questo impianto normativo, secondo la docente di filosofia morale Caterina Botti, ha favorito l'introduzione e la legittimazione dell'obiezione di coscienza.
Tuttavia, anche in presenza di un alto tasso di obiezione, il sistema sanitario ha il dovere di assicurare gli interventi di IVG. Le regioni hanno la responsabilità di controllare e garantire l'attuazione della legge, anche attraverso la mobilità del personale.
La questione dell'obiezione di coscienza all'aborto in Italia solleva interrogativi profondi sul bilanciamento tra diritti individuali e collettivi, sulla responsabilità delle istituzioni nel garantire l'accesso ai servizi sanitari essenziali e sulla necessità di superare stigmi e tabù che ancora circondano la salute riproduttiva delle donne. La piena attuazione della legge 194 richiede un impegno costante per la trasparenza dei dati, la formazione del personale sanitario e la rimozione degli ostacoli che impediscono alle donne di esercitare un diritto fondamentale.


