Il parto, evento naturale e al contempo profondamente trasformativo, porta con sé un carico di aspettative, speranze e, inevitabilmente, vulnerabilità. Sebbene la medicina moderna abbia compiuto passi da gigante nel garantire la sicurezza di madri e neonati, emergono occasionalmente storie che mettono in luce le fragilità del sistema, specialmente in contesti di emergenza o in aree con risorse limitate. Il racconto di un "parto in solitaria" all'ospedale "San Giovanni di Dio" di Crotone, unitamente ad altre esperienze significative, dipinge un quadro complesso che merita un'analisi approfondita, andando oltre la cronaca per esplorare le implicazioni etiche, mediche e sociali.

L'Esperienza di un Parto Solitario a Crotone: Un Protocollo Discriminatorio?

La narrazione di una donna ricoverata presso l'ospedale di Crotone durante l'emergenza sanitaria, a causa della sua provenienza da Cutro (zona rossa), solleva interrogativi cruciali sull'applicazione dei protocolli e sulla possibile discriminazione. La donna, al nono mese di gravidanza e con un leggero accenno di diabete gestazionale, si era recata in ospedale per un parto indotto programmato. Tuttavia, a causa della sua origine, è stata sottoposta a un isolamento che, sebbene motivato da presunti protocolli di sicurezza per contenere la potenziale diffusione del Coronavirus, ha avuto conseguenze umanamente devastanti.

Isolamento ospedaliero durante pandemia

"Nella mattinata di lunedì - scrivono la neo mamma e il suo legale - rispettando quanto previsto dal protocollo ospedaliero mi sono recata alle ore 7 presso il Pronto Soccorso del nosocomio calabro per procedere al mio ricovero ospedaliero. Ciò perché essendo al nono mese di gravidanza e, avendo avuto un leggero accenno di diabete gestazionale, era stato calendarizzato il mio ricovero al fine di permettermi il parto con travaglio indotto." L'aspettativa di un ricovero assistito si è presto trasformata in un incubo. La donna sottolinea la mancanza di una visita ginecologica adeguata: "Tutto questo perché - sottolineano - provenendo da Cutro, era necessario 'isolarmi' a causa della potenziale minaccia che potevo rappresentare per le pazienti e tutto lo staff ospedaliero. Tale isolamento, mi è stato detto essere di 'protocollo' e io non ho opposto, da buona cittadina, nessuna rimostranza."

La situazione è precipitata la mattina seguente: "Il martedì mattina, intorno alle 5:05, sono entrata in piena fase travaglio e nel giro neppure di 20 minuti ho partorito, completamente sola, facendo nascere mia figlia in quello stesso letto in cui mi era stato detto, il giorno precedente, di stare e di non muovermi per nessuna ragione, in quello stesso letto accanto al quale il primario aveva sistemato un pattume invitandomi a gettarci dentro qualsiasi cosa toccassi." L'assenza di personale medico durante il momento cruciale è stata drammatica. Le chiamate tramite campanello (non funzionante), le grida e i tentativi di contattare il pronto soccorso tramite cellulare si sono rivelati inutili. "Negli attimi precedenti alla nascita sono state inutili le mie chiamate tramite campanello (non funzionante) al personale medico, le chiamate al pronto soccorso ospedaliero tramite cellulare o le mie grida…".

L'unico intervento è avvenuto quasi per caso, da parte di un medico che, privo di guanti e camice e per la sopraggiunta necessità, ha afferrato la neonata a mani nude. "In quei momenti, che solo per mano di Dio non sono divenuti tragici, è passato un medico che, senza guanti e camice e per mancanza oramai di tempo, ha afferrato la mia bimba a mani nude." Questa esperienza, definita "troppo grave, surreale e potenzialmente tragica", ha lasciato un segno indelebile nella donna, che si chiede se la sua origine sia stata la causa di un trattamento così disumano: "E questo perché? Perché sono cittadina cutrese e per questo portatrice sana di coronavirus a prescindere?".

Il primario del reparto, inizialmente avvolto nei suoi dispositivi di protezione individuale e apparentemente giustificando il trattamento come necessario, in seguito si è scusato con la paziente, confessando "l'enorme vergogna sentita per l’accaduto". Questo episodio solleva il velo su possibili disfunzioni organizzative e sulla necessità di un'applicazione dei protocolli che non comprometta l'umanità e la dignità del paziente.

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Negazione di Diritti Fondamentali e Mancanza di Supporto

L'esperienza della donna a Crotone non si limita alla solitudine durante il parto. Ella denuncia la negazione di assistenza di base, sicurezza, supporto psicologico e servizi primari. "Mi è stato negato tutto, l’assistenza, la sicurezza, il supporto psicologico, il diritto, i servizi primari." La donna ha anche lamentato la negazione della possibilità di visionare la sua cartella clinica e il fatto di essere stata riportata nella "stanza degli orrori" senza supporto psicologico né possibilità di vedere i familiari, tutto "da protocollo". La scoperta successiva che nello stesso blocco venivano effettuati tamponi e aborti volontari ha ulteriormente alimentato il suo senso di ingiustizia e paura, mettendo in discussione la logica dell'isolamento imposto.

La conclusione dei suoi legali è amara ma incisiva: "La gente per bene - concludono - ha il diritto di sapere chi sono coloro ai quali viene consegnata la propria vita nella speranza che queste persone vengano guidate da quella vocazione e professionalità che, forse, un giorno oramai remoto è a loro appartenuta, ma che purtroppo oggi risiede in un universo a loro parallelo che non potranno mai più incontrare."

Casi Estremi: Parto in Casa e Abbandono

Le storie provenienti dalla provincia di Crotone e dalle zone limitrofe purtroppo non si fermano a questo singolo episodio. Un altro dramma si è consumato a Rocca di Neto, nel Crotonese, dove un bambino appena partorito è stato trovato morto. La madre, una giovane romena di ventitré anni, dopo aver partorito in casa, si è presentata in ospedale necessitando di cure mediche. Le indagini dei carabinieri hanno portato alla scoperta del neonato privo di vita nella loro abitazione. Si ipotizza che il bambino sia nato già morto, ma per chiarire ogni dubbio è stata disposta l'autopsia. Stando alle prime ricostruzioni, la giovane mamma non si sarebbe mai sottoposta a visite mediche di controllo durante la gravidanza, un fattore che potrebbe aver contribuito alla tragica conclusione. Il feto sarebbe stato lasciato sul letto di casa mentre la madre veniva portata in ospedale, evidenziando una situazione di estrema precarietà e potenziale abbandono.

Un caso ancora più eclatante si è verificato a Marina di Caulonia, dove una donna ha partorito da sola in spiaggia. Soccorsa da alcuni bagnanti, ha poi lasciato la neonata in ospedale a Locri, dichiarando di non volersene occupare. La bambina, di tre chilogrammi, è stata ricoverata in salute e, in assenza di ripensamenti da parte della madre, sarà affidata a una famiglia. Questo episodio porta alla luce il concetto di "parto in anonimato", una pratica legale in Italia che consente alle donne di partorire senza riconoscere il neonato, garantendo riservatezza alla madre e assistenza al bambino, avviando le procedure di affidamento.

L'Ombra della Morte: Errori Medici e Mancanza di Assistenza

Oltre ai casi di parto in solitaria o abbandono, emergono anche storie di presunti errori medici che hanno portato a conseguenze fatali. All'ospedale San Giovanni di Dio di Crotone, una tragedia ha colpito la famiglia di Rosa, una donna che ha perso il suo bambino, Romano, nel giorno in cui doveva nascere. Dopo aver superato la 41esima settimana di gestazione, il travaglio è iniziato ma il bambino non è nato. Nonostante le richieste di cesareo, i medici avrebbero optato per il parto naturale, che si è rivelato prolungato e drammatico. La situazione è precipitata, portando la donna d'urgenza in sala operatoria, ma troppo tardi: il cuore del piccolo non batteva più.

Diagramma del processo di travaglio e parto

I familiari, difesi dagli avvocati, hanno presentato denuncia, portando all'apertura di un'inchiesta e all'iscrizione di quattordici persone tra medici e personale del nosocomio nel registro degli indagati per omicidio colposo. La denuncia del marito racconta di una situazione convulsa, con la moglie stremata che avrebbe ripetutamente chiesto il cesareo, senza successo. Secondo quanto denunciato, i medici avrebbero estratto a forza solo la testa del feto, e il passaggio della donna dalla sala travaglio al blocco operatorio sarebbe avvenuto senza adeguate tutele. L'attesa di risposte da parte della magistratura e dall'autopsia è straziante per la famiglia, che chiede giustizia per la perdita del loro bambino.

Complicazioni e Interventi Tempestivi: La Resilienza della Sanità

Non tutte le storie di parto sono tinte di tragedia. In alcuni casi, la prontezza degli interventi sanitari e la professionalità del personale riescono a scongiurare esiti infausti, anche in situazioni complesse. Un esempio è il soccorso prestato a una partoriente e al suo nascituro nel centro storico di Savelli, un comune montano della Sila Grande, difficile da raggiungere. La donna ha partorito in casa e, sorte alcune complicazioni, è stato necessario l'intervento dell'elisoccorso di Cosenza. Il dottore Pasquale Gagliardi, il pilota Barbara Belvedere, il tecnico di volo Antonio Pascaretta e l'infermiera Mara Guzzo hanno gestito la situazione con professionalità, trasferendo madre e neonato all'ospedale Annunziata di Cosenza.

"È stata una bella missione, di buona sanità - ha commentato Pasquale Gagliardi -. La signora aveva partorito in casa e la scena, una volta raggiunta con difficoltà la sua abitazione, non era delle migliori. Il nostro intervento non si è esaurito con un trattamento in loco, ma le abbiamo trasferite subito a Cosenza." Le condizioni di salute di entrambi sono stabili, dimostrando come, nonostante le difficoltà logistiche e le emergenze, la sanità pubblica possa ancora offrire risposte efficaci.

Parto Podalico e Gemellare: Sfide Mediche Gestite con Competenza

Un caso che evidenzia la complessità e la rarità di alcune situazioni ostetriche è quello di un parto podalico gemellare gestito presso l'ospedale San Bortolo. Una paziente all'ottavo mese di gravidanza è stata trasportata d'urgenza in sala parto, con entrambi i feti in posizione podalica. Data la fase avanzata del travaglio, il taglio cesareo non era più un'opzione praticabile, portando alla decisione di assistere un parto naturale.

Infografica sulla posizione podalica del feto

"L'assistenza al parto podalico è diventata molto rara - spiega Marcello Scollo, direttore dell'Uoc ostetricia e ginecologia del San Bortolo - ma situazioni imprevedibili come questa non permettono di ricorrere al taglio cesareo con il travaglio in fase molto avanzata. Grazie alle competenze di assistenza a questo tipo di parti, come indicato dalle linee guida nazionali e internazionali, è stato possibile gestire l'emergenza eseguendo le corrette manovre di estrazione del neonato dopo aver avvisato neonatologi ed anestesisti, come prevedono i protocolli di gestione." Le due neonate, nate "reattive" e senza complicazioni immediate, sono state assistite dal personale della terapia intensiva neonatale e sono ricoverate in attesa di raggiungere il peso e la maturità respiratoria per poter lasciare l'ospedale. Questo caso dimostra come la competenza medica e il rispetto dei protocolli possano affrontare anche le sfide più inusuali, garantendo la sicurezza di madre e figli.

Riflessioni sulla Vocazione Medica e le Criticità del Sistema

Le storie raccolte, pur nella loro diversità, convergono su un punto fondamentale: la necessità di una sanità che sia non solo tecnologicamente avanzata, ma anche umanamente sensibile. L'episodio del parto solitario a Crotone, in particolare, solleva interrogativi sulla vocazione medica e sul senso civico del personale sanitario. L'affermazione della donna secondo cui "ben 300 unità, tra medici e infermieri, si “sarebbero dichiarate malate” all’ospedale di Crotone" è un campanello d'allarme che non può essere ignorato.

Se da un lato è comprensibile la stanchezza e lo stress del personale sanitario, soprattutto in periodi di emergenza, dall'altro è imperativo che la cura e la sicurezza dei pazienti rimangano prioritarie. La professione medica, per sua natura, dovrebbe essere guidata da una vocazione all'aiuto del prossimo, un principio che sembra essere venuto meno in alcune delle circostanze descritte. La riflessione su chi siano coloro "ai quali viene consegnata la propria vita" sottolinea la profonda responsabilità che grava sui professionisti sanitari e l'importanza di un sistema che garantisca non solo l'assistenza medica, ma anche l'etica e la dignità del rapporto medico-paziente.

La disparità di trattamento, la negazione di servizi primari e la mancanza di supporto psicologico evidenziati in alcuni casi non sono semplici disfunzioni, ma indicatori di problematiche sistemiche che richiedono un'attenzione costante e interventi mirati per assicurare che ogni donna, indipendentemente dalla sua provenienza o dalle circostanze, riceva l'assistenza e il rispetto che merita durante uno dei momenti più significativi della sua vita.

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