Le donne partoriscono dalla notte dei tempi, e per millenni questo evento cruciale della vita si è svolto lontano dai riflettori della medicina scientifica e delle istituzioni ospedaliere. Solo negli ultimi quattro secoli il parto è diventato oggetto di studi medici e di un ambiente sempre più medicalizzato. Prima di questo radicale cambiamento, le pratiche di parto nelle culture primitive erano profondamente radicate nella natura, nella comunità e in una comprensione intuitiva del corpo femminile. Lungi dall'essere un evento solitario e medicalizzato, il parto era un rito di passaggio, spesso accompagnato da danze e rituali che celebravano la fertilità e la continuità della vita.
Le Posizioni Verticali: Sfruttare la Gravità e la Forza della Comunità
Nelle culture primitive, la posizione in cui le donne partorivano era prevalentemente verticale. Le donne davano alla luce i propri figli in piedi, appoggiate a una persona fidata, a un bastone, o semplicemente in posizione accovacciata. Questa pratica non era casuale, ma si fondava sulla convinzione ancestrale che il peso del feto, guidato dalla forza di gravità, favorisse la sua discesa attraverso il canale del parto. Questa posizione permetteva inoltre movimenti fluidi e naturali, capaci di alleviare il dolore e facilitare il corretto posizionamento del bambino. La posizione accovacciata, in particolare, era diffusa in numerose culture, dai Maya alle comunità africane e asiatiche, suggerendo una pratica quasi universale di parto in posizione verticale in tempi antichi.

La posizione distesa, oggi così comune negli ambienti ospedalieri, sembra aver fatto la sua comparsa solo verso la fine del Medioevo. Si narra che le donne delle classi agiate, desiderose di distinguersi dalle classi meno abbienti, abbiano iniziato a preferire la comodità di partorire sdraiate nei propri letti. Questo cambiamento, inizialmente legato al desiderio di comfort e status sociale, ha gradualmente spostato l'attenzione dalla funzionalità della posizione alla convenienza dell'assistente al parto.
L'Avvento degli Strumenti e il Ritorno alle Origini
Con l'avvento del XVII secolo, l'invenzione del forcipe ha segnato un'ulteriore svolta, trasformando uno strumento di emergenza in un'abitudine per quasi tutti i parti. Solo in tempi recenti si è assistito a un rinnovato interesse per le posizioni di parto tradizionali. I moderni letti da parto, progettati per consentire posizioni quasi verticali, e la crescente consapevolezza dei benefici delle posizioni erette stanno riportando in auge le pratiche ancestrali. Studi scientifici hanno confermato ciò che le donne primitive sapevano istintivamente: partorire in posizione verticale accelera il travaglio, facilita l'ingresso del bambino nel canale del parto e può persino ridurre la necessità di interventi medici.
Essere in posizione eretta durante il parto può aumentare lo spazio disponibile all'interno del bacino del 28-30%, offrendo al bambino maggiore spazio per ruotare e scendere. Questa posizione è stata associata a una diminuzione del 54% nell'incidenza di anomalie della frequenza cardiaca fetale. Inoltre, tali posizioni possono ridurre la durata della seconda fase del travaglio e diminuire il rischio di sezioni cesaree d'emergenza del 29%. La posizione accovacciata, in particolare, aumenta la pressione nella cavità pelvica con uno sforzo muscolare minimo, aprendo il canale del parto del 20-30% in più rispetto ad altre posizioni. Anche la posizione a quattro zampe, scelta istintivamente da alcune madri, può aiutare il bambino a girarsi in caso di malpresentazione della testa. Il decubito laterale, invece, può rallentare la discesa del bambino, dando al perineo più tempo per allungarsi naturalmente. Al contrario, la posizione litotomica, comunemente utilizzata oggi, dove la madre è sdraiata sulla schiena con le gambe sollevate nelle staffe, sebbene comoda per l'ostetrica, non offre gli stessi benefici biomeccanici.
La storia degli esseri umani
La Danza del Ventre e la Dea Madre: Riti Femminili di Fertilità e Nascita
La danza del ventre, conosciuta anche come danza orientale o danza della nascita, è una forma d'arte millenaria intrinsecamente legata al mistero della nascita. Non è un caso che molti dei suoi movimenti vengano insegnati durante i corsi prenatali per aiutare le gestanti a rilassare la muscolatura addominale e pelvica, facilitando il momento del parto. Le origini di questa danza affondano le radici nelle società matriarcali del Neolitico, quando le donne partorivano con l'assistenza delle altre donne della comunità. Queste ultime si disponevano spesso in cerchio, offrendo sostegno fisico ed emotivo alla partoriente.
Era in queste occasioni che le donne primitive, partorendo accovacciate o in piedi, potevano eseguire movimenti rotatori e ondulatori. Questi movimenti, eseguiti ritmicamente e in sintonia con il respiro, non solo alleviavano il dolore, ma favorivano anche il corretto posizionamento del feto. Da questi gesti primordiali, uniti alla respirazione consapevole, si ritiene abbia avuto origine la danza del ventre. Si trattava di un rito esclusivamente femminile, propiziatorio della fertilità, danzato dalle donne per le donne. L'etnomusicologo Curt Sachs, nel suo "Storia della danza", colloca le origini di questa danza nell'epoca Neolitica, senza circoscriverla a un territorio specifico, ma descrivendo la danza pelvica dell'Africa Occidentale e fornendo testimonianze di pratiche simili in aree geografiche diverse come la Nuova Guinea, la Polinesia e le Hawaii (pensiamo alla danza Hula).
Possiamo quindi parlare di "danze del ventre" al plurale, o meglio, di una danza del ventre universale, nata per celebrare la nascita e la Terra, al di là dei confini geografici. La comparsa di questi riti danzati è pressoché contemporanea in diverse aree del mondo, poiché legata ai culti religiosi della Madre Terra, la prima divinità venerata dalle comunità umane sin dal Paleolitico. Nomi diversi come Iside, Cibele, Inanna, Astarte, Ishtar, Tanit, la Dea Serpente nel Mediterraneo e in Medio Oriente, Pachamama nelle Ande, Oshun in Centro America, Kunapipi in Australia, identificano un unico significato: la fertilità, la vita, l'amore che crea ogni cosa.

La donna, in quanto creatrice della vita, era a sua volta considerata una dea sulla Terra, e il suo ventre un contenitore magico, un tramite per entrare in contatto con il divino. Questa sacralità del principio femminile è attestata dalle numerose statuette in pietra risalenti a migliaia di anni fa, le "Veneri preistoriche", ritrovate in tutta l'area mediterranea. Queste figure, con attributi femminili esagerati, servivano a propiziare la fertilità della donna e, successivamente, con la scoperta dell'agricoltura, quella della terra. La Venere di Willendorf, la Venere di Savignano, la Venere di Laussel e la Dea Madre di Senorbì in Sardegna sono solo alcuni esempi che testimoniano l'aura di sacralità che circondava la donna in epoca arcaica. Queste figure stilizzate ma potenti simboleggiavano il principio femminile incarnato in un corpo magico, capace di creare e custodire la vita, nutrirla con il latte materno e, inspiegabilmente, sanguinare ogni mese in sincronia con i ritmi lunari, senza che questo significasse morte.
Non sorprende, quindi, come la danza del ventre, o danza orientale (dal latino "orios", nascere, poiché l'Oriente è il luogo dove nasce il Sole), sia sempre stata avvolta da un alone di mistero e misconoscenza. Come danza delle origini, lontana nel tempo; come danza della nascita, lontana dalla comprensione razionale; come danza magica, capace di creare un ponte tra il mondo umano e quello divino. Se il mistero delle origini e della nascita sono stati in gran parte risolti dalla scienza moderna, la magia di questa danza rimane intatta, ispirando migliaia di donne in tutto il mondo.
L'Archeologia di Genere e il Ruolo Dimenticato della Donna
I più recenti studi di genere, uniti all'antropologia storica e all'archeologia, stanno contribuendo a nuove interpretazioni, in particolare nell'ambito dell'archeologia di genere. Emergono nuove letture sui ruoli, le azioni e le creazioni delle donne nei momenti fondamentali della preistoria. Gli studi antropologici e demologici hanno a lungo indagato le culture arcaiche, focalizzandosi sul "fare, dire, sentire", e sui rapporti di genere. In questo contesto, le culture contadine del Mediterraneo rivelano una divinizzazione del femminile, avvenuta però in momenti successivi, legati alla trasformazione del patriarcato.
Il passaggio dal Paleolitico al Neolitico ha visto l'emergere del legno come materiale tecnologico rivoluzionario, fondamentale per l'ingegneria e l'architettura. Tuttavia, questo elemento, così come il contributo della donna allo sviluppo umano, è stato spesso sottovalutato. Si potrebbe ravvisare una similitudine tra il legno e la donna: entrambi elementi costitutivi necessari e indispensabili, ma spesso trascurati. In principio, "Dio è nato donna", e la figura femminile è presente tra i primi oggetti creati dall'uomo, incarnando una divinità primigenia capace di generare la vita.

Il percorso storico attraversa millenni, dal Paleolitico all'età del bronzo mediterraneo, con riferimenti a gruppi nomadi di raccoglitori. Per gran parte del XIX secolo, la preistoria è stata ricostruita attraverso cliché radicati, che vedevano le donne confinate nelle caverne ad allevare bambini mentre gli uomini provvedevano al cibo e alla protezione. Virginia Woolf, già nel 1929, sottolineava come la storia, vista attraverso gli occhi maschili, apparisse "strana, irreale, sbilenca". Negli anni Settanta, le antropologhe femministe hanno iniziato a riconoscere la presenza di donne nell'orticoltura e in altre attività, sfidando l'idea di un ruolo femminile esclusivamente domestico.
L'ipotesi di una storicità del matriarcato, avanzata da studiosi come Bachofen e Morgan, trova sostegno nei resti archeologici e negli studi sulle strutture familiari e sociali di alcune popolazioni. La nascita dell'agricoltura, spesso attribuita esclusivamente all'uomo, fu probabilmente un processo in cui le donne, già impegnate nella raccolta di vegetali e nella caccia di piccole prede nel Paleolitico, giocarono un ruolo fondamentale. Furono loro, con la loro profonda conoscenza del mondo vegetale, a riconoscere che alcune piante potevano essere coltivate, dando il via alla rivoluzione neolitica.
Nelle società orticole che utilizzavano zappe o bastoni, le donne erano quasi interamente responsabili della produzione agricola, scavando, seminando, curando e mietendo. A differenza dell'uomo, che poteva godere del "riposo del guerriero", la donna non aveva questo lusso; il suo tempo libero era spesso interpretato come ozio, non come virtù. I ritrovamenti di oggetti legati alla vita quotidiana, come borse in pelle per il trasporto, ciotole per la conservazione, e la probabile invenzione della lavorazione dell'argilla e della sua cottura, testimoniano il ruolo centrale delle donne nella creazione e nel mantenimento delle prime comunità.
Le donne furono le prime produttrici di cereali, scegliendo i terreni adatti e mantenendo un controllo strategico sul territorio per la sopravvivenza. Il ritrovamento di macine nelle sepolture femminili, assenti in quelle maschili, suggerisce che le donne detenessero un patrimonio di saperi e tecnologie propri. Il sito di Renancourt offre una preziosa testimonianza della vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori preistorici, dove i reperti lasciati a terra si sono fossilizzati, permettendo di ricostruire le loro attività. L'etnoarcheologia, sovrapponendo modelli sociali ottocenteschi allo studio delle civiltà antiche, ha contribuito a liberarsi da cliché, proponendo un focus modificato e nuove prospettive.
La comparazione etnografica, pur con i suoi rischi di semplificazione, rivela come elementi oggi strettamente femminili, come i gioielli, l'abbigliamento o il maquillage, abbiano radici antiche. I monili, costituiti da canini di cervo, ricci di mare o vertebre di pesce, e i rudimentali tatuaggi, testimoniano l'importanza della decorazione corporea e dell'ornamento fin dalla preistoria. L'elemento femminile creava la socialità, ma poteva anche generare conflittualità per lo scambio matrimoniale, dando origine a strategie di esogamia che favorirono l'evoluzione e il progresso.
L'Importanza della Salute Femminile e la Gestione della Nascita
Per la demografia, la salute delle donne è essenziale. Nelle società primitive, le donne partorivano spesso da sole, in piedi o prone, e possedevano conoscenze per evitare gravidanze indesiderate, con maternità che avvenivano con cadenze di quattro o cinque anni. L'allevamento dei bambini era una pratica comunitaria, in cui le donne più mature e le nonne, con la loro esperienza, accudivano la prole, garantendo la perpetuazione del patrimonio genetico. Alcuni graffiti mostrano figure femminili con marsupi, probabilmente utilizzati per trasportare i bambini durante le attività quotidiane.
Nonostante la stereotipizzazione dei ruoli, che tendeva a interdire la caccia alle donne, sono state rinvenute tombe femminili con armi e strumenti. Tale interdizione potrebbe avere radici ancestrali, legate al timore di contaminare il sangue dell'animale cacciato con quello del mestruo femminile. Questo pregiudizio del sangue mestruale, considerato contaminante, si estendeva anche alle lavorazioni artigianali. Sebbene gli uomini fossero considerati tagliatori esperti nella lavorazione delle pietre, le donne si dimostrarono pioniere in altre attività artigianali, imparando a tessere, inventando la ceramica e la lavorazione dei monili. La loro conoscenza del mondo naturale le trasformò in curatrici esperte, sciamane e streghe.
Con il passaggio dai gruppi nomadi alle comunità stanziali, la gestione degli spazi ha modificato il ruolo della donna. Se prima, come collettricie, si muoveva liberamente per procurarsi il cibo, con l'allevamento e l'agricoltura, il suo ruolo si è spostato verso la conservazione dei saperi, portando in Occidente e nel Mediterraneo alla preclusione delle donne dagli spazi aperti. L'uso dell'aratro e il passaggio al controllo maschile dell'agricoltura segnarono un cambiamento significativo. Nelle economie agricole preistoriche, le donne si occupavano dell'accudimento e della mungitura di piccoli greggi, oltre ad altri compiti, mentre gli uomini si dedicavano ancora alla caccia. Con armenti più numerosi, l'allevamento diventava maschile, mentre le donne si dedicavano alla trasformazione dei prodotti caseari.
La presenza del femminile, tuttavia, persiste continuamente come divinità, a partire dalle Veneri del Paleolitico, ritrovate presso focolari e capanne, come creatrici del fuoco o protettrici della dimora. Dal Paleolitico all'età del bronzo, il principio femminile è stato un elemento centrale nella vita e nella spiritualità delle prime comunità umane, incarnando la forza creatrice, la cura e la continuità della vita, in un legame indissolubile con il mistero della nascita e la ciclicità della natura.
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