La storia della chiusura del punto nascita dell'ospedale di Chiavenna è un racconto complesso, intriso di dinamiche politiche, sfide logistiche e un dibattito acceso sul futuro della sanità nelle aree montane. Le decisioni prese dai vertici regionali, in particolare dalla Regione Lombardia, hanno scatenato reazioni forti da parte di comitati cittadini, sindacati e rappresentanti politici locali, evidenziando una profonda divergenza di vedute sull'approccio alla cura e all'assistenza sanitaria in territori fragili come la Valtellina e la Valchiavenna.

Le Promesse Elettorali e la Svolta Inattesa

La narrazione di questo evento prende le mosse dalle aspettative create durante la campagna elettorale. La Lega, che aveva ottenuto un ampio consenso elettorale nella Valchiavenna, "facendo man bassa di voti", aveva promesso e garantito sostegno agli amministratori e ai comitati locali. Tuttavia, in piena estate, è emersa la decisione, apparentemente già assunta, di procedere alla chiusura del punto nascite dell'ospedale di Chiavenna. Questa mossa è stata percepita come un tradimento delle promesse fatte e ha acceso un forte malcontento, alimentato dal fatto che la comunicazione è trapelata piuttosto che essere presentata in modo trasparente.

Manifestazione di protesta per la sanità pubblica

Le Motivazioni Ufficiali: Un Metodo Non Adatto alla Montagna

Le motivazioni addotte per giustificare la chiusura del punto nascita di Chiavenna ruotano attorno al "numero basso di prestazioni". Secondo i vertici di Regione Lombardia, in particolare Giulio Gallera, assessore al Welfare, e Massimo Sertori, assessore alla Montagna, una relazione del direttore generale dell'ATS della Montagna, Beatrice Stasi, avrebbe evidenziato "caratteristiche più idonee e favorevoli per la permanenza in attività di quello di Gravedona rispetto a quello di Chiavenna". A ciò si aggiunge la testimonianza del direttore generale dell'ASST della Valtellina, Giuseppina Panizzoli, che ha sottolineato la "difficoltà di reperire per il presidio di Chiavenna pediatri e ginecologi".

Tuttavia, questa logica è stata fortemente contestata dai detrattori della decisione. L'approccio basato esclusivamente sul numero di prestazioni è stato definito un "metodo nell’approcciarsi al problema che non riconosce le specificità montane". Si sostiene che, se si accetta supinamente questo metodo, le realtà montane rischiano di essere private "pezzo dopo pezzo di tutti i servizi minimi che ogni comunità ha diritto di avere".

La Sostituzione con una Struttura Privata: Un Modello Contestato

Un punto cruciale di frizione è la giustificazione della chiusura del punto nascita di Chiavenna con la "presenza sostitutiva di una struttura privata quale quella di Gravedona". Questa alternativa è vista da molti come una chiara indicazione di un "smantellamento del servizio pubblico verso la sanità privata", un percorso che sarebbe stato tracciato dalle giunte precedenti e proseguito dalla riforma attuata dalla Lega.

Il Partito Democratico, attraverso il consigliere regionale Raffaele Straniero, ha espresso una ferma contrarietà, definendo la decisione "arbitrariamente presa da Regione Lombardia". Straniero sottolinea come, in zone di montagna, le distanze per raggiungere strutture alternative possano comportare "un'ora o un'ora e 40 minuti di percorrenza", tempi che si aggravano in condizioni di viabilità non ottimali. Questa scelta, secondo il consigliere PD, "continua a favorire il privato a scapito del pubblico".

Mappa della Valtellina e Valchiavenna con ospedali

La Difesa della Sanità Pubblica e le Specificità Montane

Di fronte a questa prospettiva, le voci critiche propongono un'alternativa radicale: "La via deve essere un’altra: Crediamo che debba invece essere rilanciata la sanità pubblica, attraverso la valorizzazione e la non la chiusura dei servizi esistenti in un quadro di funzionalità e di valore dei presidi ospedalieri esistenti sul nostro territorio provinciale".

Si ribadisce con forza che "Valchiavenna e Valtellina sono territori montani". Indipendentemente da ciò che possa pensare l'assessore alla Montagna, le montagne non sono soltanto "luoghi ideali dove pianificare business per pochi in vista di eventuali Olimpiadi sulla neve". Sono anche abitate da "montanari" che, a fronte delle peculiarità dei propri territori, "hanno diritto ad avere un servizio sanitario completo efficiente e funzionale".

La lotta per mantenere aperto il punto nascita è stata supportata dal lavoro prezioso del "Comitato e dei cittadini che si sono battuti in difesa dell’ospedale". Questi attori hanno espresso il loro dissenso, definendo la chiusura un "fallimento" e un "tradimento del territorio da parte della Lega e di regione Lombardia".

Le Sfide Tecniche: Sicurezza e Reperimento del Personale

Rosella Petrali, direttore socio sanitario dell'ASST della Valtellina e Alto Lario, cerca di rassicurare sul futuro, affermando che "Gravidanza e puerperio continueranno ad essere seguiti". Le donne verranno seguite a Chiavenna durante la gravidanza da un'ostetrica "case manager", per poi partorire in un altro ospedale e tornare a essere assistite dal personale della struttura della Mera.

Tuttavia, la questione centrale risiede negli standard di sicurezza. Petrali spiega che la norma nazionale pone come limite, "proprio a tutela della sicurezza, la soglia di 500 parti". A Chiavenna, nel 2017, ci sono stati 109 parti, "poco più di due per settimana", e si è andati avanti con una deroga. La deroga ministeriale, però, riguarda solo il numero dei parti, non i requisiti di sicurezza che richiedono la presenza attiva 24 ore su 24 di ginecologo, pediatra, ostetrica e puericultrice, oltre all'anestesista. Per coprire i turni servirebbe un organico di ventiquattro persone.

Il problema principale emerge nella carenza di pediatri. L'azienda dovrebbe averne ventuno, ma in realtà sono nove e presto scenderanno a sette. Questa carenza "riguarda purtroppo tutto il Paese" e i recenti concorsi non hanno permesso di assumere specialisti. Se il punto nascita di Chiavenna dovesse rimanere aperto, ci sarebbero "seri problemi" per garantire gli standard di sicurezza. Per questo motivo, si sta valutando l'acquisizione di turni di guardia da aziende esterne. La situazione dei ginecologi è considerata meno critica, con un concorso aperto che offre speranza di reclutamento.

Il comitato per l'ospedale, tuttavia, sottolinea che la chiusura aumenterà i rischi in caso di complicazioni a causa dei tempi di percorrenza per raggiungere l'ospedale. Sebbene sia stato sottoscritto un protocollo con Areu per la gestione delle emergenze, la preoccupazione rimane alta.

L'Offerta Sanitaria e lo Spopolamento della Montagna

I sindaci evidenziano come l'assenza dei servizi ospedalieri favorisca lo spopolamento della montagna. Rosella Petrali, pur essendo "di montagna", ritiene che lo spopolamento dipenda da "molte variabili: la sanità, ma anche le opportunità formative e le culturali". Non vede, tuttavia, "alcuna relazione fra l’eventuale chiusura del punto nascita e il futuro dell’ospedale", puntando invece al "potenziamento del presidio di Chiavenna".

Per quanto riguarda ostetricia e ginecologia, il "potenziamento" si tradurrebbe nella "delocalizzazione della sala parto". Le donne continuerebbero a essere seguite in tutto il percorso di gravidanza, ma partorirebbero altrove, per poi essere nuovamente prese in carico a Chiavenna. Le ostetriche non verrebbero spostate, ma continuerebbero a lavorare nei consultori familiari, che amplierebbero gli orari e garantirebbero reperibilità notturna a supporto del pronto soccorso.

In dettaglio, in caso di chiusura del punto nascita, si potenzieranno i servizi ambulatoriali, garantendo un riferimento per almeno 12 ore al giorno grazie alla presenza di un'ostetrica al consultorio. Ogni futura madre avrà un'ostetrica "case manager" che la accompagnerà nel percorso, conoscendo la sua storia clinica, sociale e psicologica, rispondendo alle sue necessità e curando i contatti con il punto nascita scelto. Dopo il parto, l'ostetrica riprenderà in carico madre e figlio durante il puerperio.

La sinergia con il "Moriggia Pelascini" di Gravedona, ospedale privato accreditato, è vista come un'opportunità di collaborazione.

Sanità Pubblica e Sfide Globali: il Reportage dal Ministero della Salute

La Storia di un Ospedale: Da Premosello Chiovenda a Chiavenna

Per comprendere appieno il dibattito attuale, è utile fare un passo indietro e analizzare la storia di altre realtà sanitarie simili. Il testo fornito include un lungo excursus sulla storia dell'ospedale di Premosello Chiovenda. L'idea nacque negli ultimi decenni dell'800 per ospitare "l'ospedale per cronici e tubercolotici poveri". La donazione del prof. Giuseppe Chiovenda nel 1922 fu fondamentale per la sua costituzione come ente autonomo.

Lo statuto fu approvato nel 1923, e l'ospedale venne eretto in ente morale nel 1926. L'inaugurazione ufficiale avvenne nel 1927. Nel corso del tempo, l'ospedale si specializzò in ostetricia, passando da dieci letti nel 1926 a 53 letti alla fine degli anni Sessanta, con circa 700 parti annuali. L'ospedale si autofinanziò in gran parte per la costruzione di una nuova sede inaugurata nel 1959.

Verso la metà degli anni '70, si iniziò a parlare di collegamenti con altre strutture, con incontri per valutare un concentramento tra gli ospedali di Premosello e Domodossola. La clinica premosellese disponeva di 60 posti letto e di un organico medico proprio, ricorrendo a personale da altri ospedali per servizi generali. Le suore, arrivate nel 1927, assistettero i pazienti per decenni, prima di essere sostituite da altri ordini religiosi.

Con la legge 833/1978, che riorganizzò il sistema sanitario italiano, l'ospedale premosellese venne unificato nell'ambito della neonata Unità Sanitaria Locale n. 56 nel 1981. Con la legge 194/78, che legalizzò l'interruzione volontaria di gravidanza, tali interventi divennero predominanti rispetto ai parti. Nel 1982, a fronte di 50 nati, si ebbero 126 interruzioni di gravidanza, mentre a Domodossola si registrarono 612 parti e 97 I.V.G.

Il reparto di Ostetricia-Ginecologia di Premosello cessò la sua attività il 31 luglio 1982, trasferito a Domodossola. L'ospedale riaprì nel 1983 come distaccamento provvisorio per reparti di Oculistica ed Otorinolaringoiatria, e successivamente venne istituita la sezione di Medicina Sportiva. Nel 1987, il personale denunciò carenze di addetti. Nel 1993, la sezione di Medicina Sportiva incontrò difficoltà e venne riattivata dopo un periodo di sospensione.

Questa storia, pur riferendosi a una realtà diversa e a un contesto temporale differente, offre uno spaccato delle trasformazioni che hanno interessato le strutture sanitarie locali nel corso dei decenni, evidenziando le sfide legate alla gestione, al personale e all'adeguamento ai cambiamenti legislativi e organizzativi.

La Critica dei Sindacati e la Richiesta di un Piano Straordinario

Le sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e le RSU lanciano l'allarme, sottolineando la contraddizione di "mancare il personale e si lasciano a casa le persone". Contestano la dirigenza che adduce come motivazione la difficoltà di reperimento del personale, quando "il personale c’è già bastava prevedere il rinnovo dei contratti o fare dei concorsi".

Viene ribadita la necessità di "cambiare rotta" e di un "piano straordinario per il rilancio della sanità in valle condiviso che il territorio". Si auspica che i sindaci e la conferenza dei sindaci funzionino in modo efficace, condividendo le richieste e le necessità, e che siano supportati da una struttura tecnica per avanzare le proprie istanze alla regione "senza timori o titubanze, e senza paura di urtare la sensibilità dei rappresentanti politici". L'obiettivo è il rilancio delle strutture sanitarie, ripartendo dal principio che "per far funzionare meglio il sistema per prima cosa è necessario mettere nelle condizioni il servizio pubblico di lavorare ed essere efficiente".

La decisione di chiudere il punto nascita di Chiavenna a favore di Gravedona è vista come un esempio di come "si smonta il servizio pubblico" e come le promesse fatte in campagna elettorale, anche con la nomina di un assessore alla Montagna, non abbiano portato a un cambiamento positivo per le strutture pubbliche, il cui futuro rimane incerto.

tags: #chiusa #maternita #chiavenna