L'espressione idiomatica "la montagna ha partorito un topolino" affonda le sue radici nell'antichità classica, precisamente nell'ambito della favolistica e della poesia latina. Questo modo di dire, ormai entrato a far parte del linguaggio comune, viene utilizzato per descrivere una situazione in cui grandi aspettative, sforzi imponenti o annunci roboanti sfociano in un risultato irrisorio, insignificante o deludente. L'origine di questa locuzione è strettamente legata a due celebri opere: la satira di Orazio e la favola di Fedro, entrambe incentrate sulla figura del topo e sul contrasto tra l'aspettativa e la realtà.

Le Origini nella Letteratura Classica

Il piccolo roditore dal muso appuntito, che gli antichi Romani chiamavano mus (da muris), poteva essere classificato come rusticus, ovvero topo di campagna, o urbanum, topo di città. Questa distinzione è già presente in Orazio, che nella sesta satira del libro II, mentre elogia la vita campestre dopo aver ricevuto un piccolo podere in dono dal suo amico Mecenate, racconta una parabola significativa. Orazio narra di come un giorno un topo di campagna ospitò un topo di città nella sua modesta dimora. Il cittadino, tuttavia, mostrò disprezzo sia per il luogo che per il cibo offerto, convincendo il suo ospite a seguirlo in città per godere dei piaceri della vita. Giunti in un ricco palazzo, si imbatterono negli avanzi succulenti di un banchetto. Ma proprio mentre il topo di campagna assaporava la sua nuova fortuna, l'alto palazzo fu invaso dai latrati di cani molossi. Spaventato, il topo di campagna esclamò: "Questa vita non fa per me", e fuggì, trovando consolazione nel bosco e nella sicurezza della sua tana, benché con cibi frugali come le vecce.

Ancora più esplicita nell'evocare l'immagine di un risultato sproporzionato rispetto all'attesa è la favola di Fedro (libro IV, 24), intitolata "La montagna che partorisce". Fedro descrive una montagna che emetteva gemiti mostruosi, generando un'attesa enorme in tutte le terre. Tuttavia, alla fine, "Mons parturibat, gemitus immanes ciens / Eratque in terris maxima expectatio. / At ille murem peperit." Ovvero: "Una montagna stava per partorire, emettendo gemiti mostruosi ed in tutte le terre l’attesa era enorme. Ma quella partorì un topolino." Fedro conclude con un ammonimento: "Hoc scriptum est tibi, / Qui, magna cum minaris, extricas nihil." - "Questo è scritto per te, che quando minacci molto, non concludi nulla."

Queste due narrazioni antiche pongono le basi per il significato moderno della locuzione. Il topo, sia esso di campagna o di città, rappresenta l'elemento piccolo, modesto, quasi insignificante. La montagna, con i suoi gemiti e l'attesa enorme, simboleggia la grandezza, la potenza, l'imponenza e le grandi promesse. Il contrasto tra questi due elementi genera l'ironia e la delusione implicita nel detto.

L'Evoluzione del Termine "Sorcio"

Il termine "sorcio", oggi più comune nell'uso dialettale o regionale, è stato utilizzato nel corso dei secoli con diverse grafie, tra cui sorice, sorico, sorco, sorgo. La sua presenza nella letteratura italiana testimonia la persistenza dell'animale nell'immaginario collettivo e la sua associazione con concetti che vanno dalla protezione domestica alla furbizia, fino a implicazioni negative.

Iacopone da Todi, nel suo componimento del 1306, parlando della protezione del cibo dai topi, usa la forma plurale surci: "Aio un canestrello appiso che dai surci non sia offiso." Questo dimostra come il problema dei topi nelle abitazioni fosse una realtà concreta già nel Medioevo.

Dante Alighieri, nell'Inferno (Canto XXII, verso 58), utilizza il termine sorco secondo l'uso toscano, in un contesto di caduta e disperazione: "Tra le male gatte era venuto ‘l sorco".

In tempi più recenti, Carlo Emilio Gadda, nel suo "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana", descrive la robustezza di certe chiusure con un'immagine efficace: "E pecorino, in d’un credenzone, e li fiaschi dell’ojò: mah…chiusi a spranga che neanche i sorchi." Qui, l'espressione suggerisce una chiusura così ermetica da resistere persino alla penetrazione dei topi.

Giuseppe Gioacchino Belli, poeta dialettale romano, nel suo sonetto 106, utilizza il termine sorci in un'analogia vivida e dispregiativa. Descrivendo la caduta in disgrazia di un papa dopo la morte, paragona l'atteggiamento della gente a quello dei topi che "Je fanno su la panza un minuetto" sul corpo del gatto morto. Questo richiama il proverbio "Quando er gatto nun c'è li sorci ballano", che evoca un senso di licenza e disordine in assenza dell'autorità.

Trilussa e la Rilettura della Favola

Trilussa, poeta romano, rivisita la favola "Er sorcio de città e er sorcio de campagna" in chiave moderna e con un intento moraleggiante ancora più marcato. Nel suo racconto, il topo di campagna, giunto in città, intuisce il pericolo di una trappola nascosta e chiede al suo amico cittadino se vi sia rischio. La risposta dell'amico è disarmante: "Macché, nun c'è paura. - j’arispose l’amico - qui da noi ce l’hanno messe pe’ cojonatura." L'amico spiega che in campagna le trappole sono letali per chiunque rubi, ma in città, se si ruba, non si avranno rimproveri. Le trappole, conclude, sono fatte "pe’ li micchi (sciocchi), ce vanno drento li sorcetti poveri, mica ce vanno li sorcetti ricchi!". Trilussa, con la sua consueta ironia, mette in luce la disparità sociale e come le regole, o la loro assenza, colpiscano diversamente a seconda della condizione economica.

Trilussa utilizza anche l'espressione "cor sorcio in bocca" nel suo sonetto "L'Adulterio". La scena descrive una donna sposata con il suo amante quando arriva la polizia. L'amante viene descritto mentre cerca disperatamente i pantaloni, e la polizia, al suo arrivo, dichiara: "Diceva chiaramente: “ La scenatade la moje infedele co’ l’amante, presa cor sorcio in bocca in via Privata!”". In questo contesto, "preso col sorcio in bocca" significa essere colti in flagrante, sorpresi in fallo.

illustrazione del topo di campagna e del topo di città che mangiano insieme

Proverbi e Modi di Dire

I proverbi romaneschi che coinvolgono i sorci sono numerosi e riflettono l'uso comune del termine:

  • "Quando er gatto nun c'è li sorci ballano": Indica che in assenza di chi esercita autorità o controllo, si diffonde disordine e licenza.
  • "Fà la fine der sorcio": Significa finire in trappola, essere scoperti o subire una sorte avversa.
  • "Acchiappà cor sorcio in bocca": Come visto in Trilussa, significa sorprendere qualcuno in flagrante.

Anche nella tradizione toscana troviamo proverbi legati al rapporto tra gatto e sorcio:

  • "Gatto che non è goloso non piglia mai sorcio": Sottolinea come ogni azione sia motivata da un interesse personale. San Bernardino da Siena, nelle sue prediche volgari, descrive questa dinamica: "La gatta si pone a uno bucarello là dove debba uscire il sorcio, e staravi tutto il dì per giugnerlo, e come è per uscire fuore, e ella il ciuffa."

"Far Vedere i Sorci Verdi": Un Caso di Polemica Linguistica

Un modo di dire che ha suscitato dibattito è "far vedere i sorci verdi". La sua origine è controversa, ma è legata all'uso che ne fece un politico in un'agone politico, scatenando polemiche sull'eventuale appartenenza dei "sorci verdi" all'ideologia fascista. In effetti, i "sorci verdi" furono l'emblema dipinto sulle fusoliere dei tre S79 della squadriglia aeronautica Biseo, divenuta celebre per le sue imprese negli anni '30, come la gara Istres-Damasco e il volo Guidonia-Dakar-Rio de Janeiro. Il regime fascista, naturalmente, se ne fece vanto.

Tuttavia, l'espressione "far vedere i sorci verdi", nel dialetto romanesco, ha un significato antecedente all'uso politico. Significa sbalordire, stupire con azioni fuori dal comune, o mettere qualcuno in difficoltà, costringendolo ad affrontare una situazione complicata. È interessante notare che i "sorci verdi", come la "mosca bianca" (persona con doti eccezionali), sono creature immaginarie, la cui esistenza è legata al mondo delle espressioni idiomatiche.

Perché diciamo così? L'origine di modi di dire italiani | Podcast Italiano - Episodio 35

Simbolismo dei Colori e delle Creature Insolite

Il concetto di "sorci verdi" si contrappone a quello della "mosca bianca". Se la mosca bianca evoca rarità ed eccezionalità positiva, i sorci verdi, in quanto inesistenti, suggeriscono qualcosa di bizzarro e potenzialmente minaccioso o sorprendente. Questo ci porta a considerare il simbolismo del colore nero, spesso associato a significati negativi: "bestia nera", "borsa nera", "cronaca nera", "magia nera", "lavoro nero", "contabilità nera". La "pecora nera", membro di una famiglia che ha preso una cattiva strada, condivide questa connotazione negativa, legata al colore che si discosta dalla norma e che, nel processo di produzione della lana, veniva trattato separatamente o escluso dalla tosatura.

Il Sorcio nella Poesia Contemporanea

Nonostante l'associazione prevalente del sorcio con connotazioni negative o con la favolistica, la sua presenza nella poesia moderna testimonia la sua persistenza nell'immaginario. Eugenio Montale, nella sua poesia "Lungomare" (1940), in un periodo di incertezza bellica, descrive un temporale rivierasco che evoca tempi difficili. In questo contesto, anche il sorcio è in pericolo, fugge o viene scacciato persino dai rifugi più sicuri: "Dalla palma tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia, sui lunghissimi cigli del tuo sguardo."

La Favola come Strumento Pedagogico e Letterario

La favola, come forma letteraria antichissima, già presente nelle "istruzioni di Suruppak" del 2500 a.C., ha sempre avuto la funzione di offrire esempi e consigli di comportamento, pur non esentando da critiche la realtà. Attraverso una narrazione piacevole, la favola persegue una finalità gnomica, suggerendo condotte di vita prudenti, laboriose e consapevoli dei propri limiti.

Nella tradizione occidentale, la favola è indissolubilmente legata al nome di Esopo, favolista greco del VII o VI secolo a.C. A lui si deve la codificazione e l'affermazione della favola come genere letterario autonomo. Il corpus di racconti a lui ascritto fu successivamente rielaborato e ampliato da numerosi autori, tra cui Fedro, che narrò la favola "La montagna che partorisce" (Favole IV, 23), e La Fontaine, che la riprese in "La montagne qui accouche" (Fables V, 10).

I Romani utilizzavano la favola esopica, volgarizzata da Fedro, come strumento didattico per l'insegnamento delle nozioni linguistiche di base e per i rudimenti della composizione.

La Locuzione Latina e il suo Significato

L'odierno modo di dire "la montagna ha partorito un topolino" deriva direttamente dal verso 139 dell' Ars Poetica di Quinto Orazio Flacco (65 a.C. - 8 a.C.): "Parturient montes, nascetur ridiculus mus". La traduzione letterale è: "I monti avranno le doglie del parto, nascerà un ridicolo topo." In questo contesto, Orazio critica quegli scrittori che promettono opere di grande ingegno ma non riescono a mantenere le loro promesse. Nell'Ars Poetica, un'epistola ai Pisoni, Orazio discute la natura, gli scopi e gli strumenti della poesia, offrendo suggerimenti per uno stile perfetto.

La locuzione latina, quindi, sottolinea la sproporzione tra l'attesa o la promessa e il risultato effettivo, evidenziando la futilità di sforzi o annunci grandiosi che non portano a nulla di concreto. Il "ridicolo mus" incarna la piccolezza e l'insignificanza che contrastano con la maestosità dei "montes" che "partoriscono". Questo contrasto è la chiave di volta del significato, che si è perpetuato attraverso i secoli, mantenendo intatta la sua efficacia nel descrivere situazioni di delusione e anticlimax.

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