La questione dell'aborto in Italia si configura come un complesso intreccio di diritti individuali, politiche sanitarie, identità nazionale e visioni ideologiche divergenti. L'impugnazione della legge siciliana sull'aborto da parte del governo nazionale non è un evento isolato, ma si inserisce in un dibattito più ampio che vede contrapporsi visioni di società e di famiglia, con profonde implicazioni per l'autodeterminazione delle donne e la definizione stessa di "popolo" e "nazione".

La Legge Siciliana e la Risposta del Governo

La Regione Sicilia, con la legge 23/2025, aveva cercato di affrontare una delle criticità più sentite nell'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG): la carenza di personale medico non obiettore. Con circa l'85% dei ginecologi che si dichiara obiettore, punte estreme come quella di Messina (35 su 36) rendono l'accesso all'IVG un percorso ad ostacoli per molte donne. La legge siciliana mirava a garantire la presenza di reparti e personale medico non obiettore negli ospedali pubblici attraverso bandi specifici per personale disponibile a praticare l'IVG, meccanismi di rotazione o sostituzione del personale per colmare le carenze, e obblighi di monitoraggio e trasparenza da parte delle aziende sanitarie.

Tuttavia, poco meno di due mesi dopo l'approvazione, il 4 agosto, il Consiglio dei Ministri ha impugnato questa legge davanti alla Corte Costituzionale. La motivazione addotta dal governo si è focalizzata sulla tutela del principio di uguaglianza, del diritto all'obiezione di coscienza e del libero accesso ai concorsi pubblici. Questa mossa ha evidenziato una netta contrapposizione tra le autonomie regionali nel tentativo di garantire diritti e la linea politica nazionale, che sembra privilegiare una visione più restrittiva dei diritti riproduttivi.

Parlamento italiano

Un Contesto di Marginalità e Disuguaglianza

La situazione in Sicilia, come in altre regioni, si intreccia con condizioni di marginalità sociale e strutturale, in particolare per donne migranti e precarie. La sanità territoriale spesso carente, la scarsa distribuzione e il numero limitato di consultori, unitamente agli ostacoli burocratici e alle discriminazioni linguistiche affrontate dalle donne migranti, complicano ulteriormente l'accesso ai servizi. La lotta per un accesso libero, gratuito e dignitoso all'aborto è, quindi, intrinsecamente legata alle condizioni materiali di vita e si configura anche come una questione di classe. Chi dispone di maggiori risorse economiche, di una cittadinanza solida, di vicinanza geografica ai centri specializzati e di una buona conoscenza delle procedure, riesce ad interrompere una gravidanza anche in un contesto ostile. Al contrario, chi non possiede questi prerequisiti rischia di essere lasciato indietro.

La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente messo in luce come l'accesso all'aborto e ai servizi sanitari essenziali possa essere negato quando non se ne riconosce la centralità nel modello di cura, rivelando un paradigma patriarcale e biopolitico che considera alcuni corpi come sacrificabili.

Biopolitiche Nazionaliste e Patriarcali: Un Processo di "Normativizzazione"

Lo scontro sull'aborto non è un episodio isolato, ma si inserisce in un più ampio discorso di biopolitiche nazionaliste e patriarcali che mirano a disciplinare e normare corpi e identità sessuali. Parallelamente, si assiste a leggi e provvedimenti che limitano i diritti delle persone trans, come il Ddl "Disposizioni per l'appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere". Questo disegno di legge, con il pretesto della tutela, impone controlli e medicalizzazioni burocratiche sul percorso di affermazione di genere per i minori, attraverso diagnosi obbligatorie, autorizzazioni centralizzate e la creazione di un registro nazionale.

Queste azioni non sono scollegate, ma fanno parte di un processo di "normativizzazione" dei corpi e delle identità sessuali funzionale alla costruzione di un "popolo" nazional-religioso esclusivo. A ciò si aggiungono le politiche migratorie e securitarie. Questi dispositivi biopolitici, nel senso foucaultiano del termine, sono strumenti di governo della vita che operano selettivamente, imponendo una gerarchia di legittimità e visibilità.

Simbolo della famiglia tradizionale

Il Bambino come Figura Ideologica e il Sacrificio delle Vite Presenti

Tra i dispositivi simbolici più potenti utilizzati dall'estrema destra e dai movimenti "no gender" vi è la figura del bambino, rappresentato come innocente da salvare, fragile da difendere, ma soprattutto come garante ideologico di un futuro conforme all'ordine patriarcale ed eteronormativo. Questa costruzione politica, teorizzata da Lee Edelman in "No Future", non riguarda i bambini reali, ma una proiezione ideologica: "il fascismo del volto del bambino […] ci sottopone alla sua sovrana autorità come figura stessa della politica, nella sua forma radicale di futurismo riproduttivo".

L'antiabortismo si inserisce perfettamente in questa logica. Il feto diventa figura sacralizzata del futuro, mentre le vite presenti - in particolare quelle delle donne, delle persone trans, migranti o precarie - vengono oscurate, marginalizzate, talvolta esplicitamente sacrificate.

La Strategia di Controllo dei Diritti Riproduttivi in Europa

L'impugnazione della legge siciliana dimostra come il nazionalismo agisca come dispositivo disciplinante dei corpi. La libertà riproduttiva diventa negoziabile in base al consenso ideologico dominante, e il diritto all'obiezione di coscienza si estende a comprimere le libertà individuali e collettive. Questa strategia di controllo dei diritti riproduttivi, portata avanti da anni da destre reazionarie europee, si inscrive in un ordine patriarcale, eteronormato e nazionalista.

Casi emblematici provengono da Polonia, Ungheria e Spagna, dove governi conservatori utilizzano l'aborto come terreno di scontro simbolico e politico, promuovendo politiche nataliste e restrizioni che colpiscono in modo sproporzionato le donne e le soggettività marginalizzate. In Polonia, il governo ultraconservatore ha spinto per una sentenza della Corte costituzionale che ha reso illegale l'aborto anche in caso di gravi malformazioni fetali. In Ungheria, il governo di Orbán promuove politiche nataliste che incentivano la maternità come dovere patriottico, ostacolando sistematicamente i diritti riproduttivi e LGBTQ+.

Mappa dell'Europa con evidenziate restrizioni sull'aborto

L'Italia: Svuotare la Legge 194 dall'Interno

In Italia, pur senza un attacco frontale alla legge 194/1978, la destra al governo opera per svuotarne il contenuto attraverso l'amplificazione dell'obiezione di coscienza, la promozione di associazioni antiabortiste e l'impugnazione di leggi regionali come quella siciliana. Il risultato è un aborto formalmente legale ma sostanzialmente inaccessibile per molte.

Dalla Legge Fascista alla Legge 194: Un Percorso Storico e Giuridico

È fondamentale ricordare che, per decenni, l'interruzione di gravidanza è stata considerata un reato in Italia. Il Codice penale Rocco, emanato durante il fascismo, criminalizzava l'aborto. Solo con l'approvazione della legge 194 del 1978 si è compiuto un passo avanti fondamentale, legalizzando l'aborto in determinate circostanze e tutelando la maternità. Tuttavia, anche dopo l'approvazione della 194, la Chiesa Cattolica ha mantenuto una ferma posizione di condanna della pratica.

Il testo fornito cita alcuni articoli del Codice penale italiano (1930), libro II, titolo X, sui delitti contro l'integrità e la sanità della stirpe, che includevano gli articoli 545 (Aborto di donna non consenziente), 546 (Aborto di donna consenziente) e 547 (Aborto procuratosi dalla donna), oltre all'articolo 548 (Istigazione all'aborto). Questi articoli, rimasti in vigore fino all'approvazione della legge 194/1978, testimoniano la criminalizzazione dell'aborto nel passato.

La legge 194/1978, pur sancendo il diritto all'IVG, prevede anche la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza. Sebbene questo diritto sia riconosciuto, la sua applicazione diffusa, specialmente in alcune regioni, ha creato ostacoli significativi all'accesso ai servizi. La legge stabilisce che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale e le Regioni debbano sempre garantire il diritto di accesso all'interruzione di gravidanza delle donne.

Tre donne che hanno abortito rispondono a chi vuole cambiare le legge 194: "Non siamo assassine"

L'Obiezione di Coscienza: Un Diritto che Diventa Ostacolo

La Corte d'Europa ha riconosciuto che l'Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza, a causa della difficoltà di accesso ai servizi. Questo è stato segnalato in seguito a un reclamo presentato dalla CGIL, assistita da giuristi esperti. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha infatti riconosciuto il permanere della violazione degli articoli 11 (Diritto alla salute) ed E (Non discriminazione) della Carta Sociale Europea, poiché la carenza di servizi dovuta all'obiezione di coscienza del personale sanitario impedisce alle donne di esercitare il loro diritto alla salute riproduttiva.

A livello nazionale, circa due ginecologi su tre che lavorano in strutture che effettuano l'IVG sono obiettori di coscienza. Le disparità territoriali sono marcate, con percentuali di obiettori più alte in Sicilia (85%), Abruzzo (84%) e Puglia (80,6%). Le regioni con la più bassa percentuale di IVG nella provincia di residenza sono Molise (55%) e Abruzzo (59%). In alcune province, come Fermo, Chieti, Isernia e Caltanissetta, non vengono effettuate interruzioni di gravidanza, obbligando le donne a migrare.

L'Impatto della Pandemia e la Visione Biopolitica

La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente evidenziato come l'accesso all'aborto possa essere negato quando non se ne riconosce la centralità nel modello di cura. Questo rivela un paradigma patriarcale e biopolitico che considera alcuni corpi come sacrificabili, marginalizzando ulteriormente le donne, le persone trans, migranti o precarie.

La Rivendicazione dell'Aborto come Atto Antifascista

Rivendicare il diritto all'aborto oggi è, fondamentalmente, un atto antifascista. Si oppone a ogni progetto politico che mira al controllo dei corpi, alla normazione della sessualità e alla subordinazione delle donne e delle soggettività dissidenti. Durante il regime fascista, il corpo femminile era considerato un bene pubblico, destinato alla riproduzione della nazione; l'aborto era criminalizzato e la maternità imposta.

Le battaglie femministe che hanno portato alla legge 194 hanno intrecciato fin dall'inizio il rifiuto della maternità obbligatoria con la critica radicale ai fondamenti sessisti e nazionalisti del potere. Oggi, di fronte alla rinascita dei discorsi sovranisti e alla retorica reazionaria sulla "natalità italiana", il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza torna a essere una questione politica centrale della lotta antifascista.

Manifestazione femminista per i diritti riproduttivi

Confronto Internazionale: La Francia e la Risoluzione Europea

La Francia ha recentemente compiuto un passo storico inserendo il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza nella Costituzione, proteggendo di fatto la legge Veil del 1975. Questo gesto è avvenuto in risposta alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di annullare la sentenza Roe vs Wade e agli sviluppi in alcuni stati membri dell'Unione Europea.

Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che esprime preoccupazione per i passi indietro nel diritto all'aborto sicuro e legale, esortando gli stati membri a depenalizzarlo e a eliminare gli ostacoli. La risoluzione chiede anche l'inserimento del diritto all'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'UE. Tuttavia, questa iniziativa evidenzia divisioni interne ai gruppi politici europei, con posizioni divergenti tra destra, centro e sinistra.

La Questione dei Consultori e l'Influenza dei Gruppi Pro-Vita

L'introduzione di un emendamento al decreto PNRR che spalanca le porte dei consultori ai "soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità" - ovvero alle associazioni pro-vita - ha suscitato la sollevazione delle opposizioni. Questa mossa è vista come un tentativo di influenzare, se non limitare, l'accesso all'IVG, trasformando i consultori in luoghi di proselitismo piuttosto che di supporto neutrale e informato.

La Necessità di un Aborto Farmacologico Accessibile e la Vigilanza sui Diritti

In Italia, la legge 194 identifica l'IVG come un diritto, ma la sua realizzazione pratica è ostacolata da barriere organizzative, logistiche, stigma e discriminazioni. Il numero di aborti clandestini, stimato tra i 12.000 e i 15.000 l'anno, testimonia queste difficoltà. Le associazioni che lavorano con categorie marginalizzate, come migranti e sex worker, segnalano ostacoli dovuti a discriminazione sistemica, carenza di mediazione linguistica e culturale, e scarsa conoscenza dei servizi.

Lo stigma e la colpevolizzazione legati all'IVG rappresentano un ulteriore fardello, con conseguenze negative sulla salute mentale e sull'isolamento sociale. Movimenti femministi e organizzazioni pro-choice lavorano per cambiare la narrazione legata all'aborto, promuovendo un accesso sicuro e contrastando tentativi di imporre un lutto obbligatorio o un giudizio sulla scelta.

L'adozione diffusa dell'aborto farmacologico, meno invasivo e più sicuro, è una delle vie per migliorare l'accesso, ma le differenze interregionali nell'applicazione di questa modalità sono marcate. L'allineamento agli standard europei, dove le percentuali di aborto farmacologico sono nettamente superiori, potrebbe contribuire a limitare l'impatto dell'obiezione di coscienza.

È fondamentale che le donne e tutte le persone con utero siano le uniche a poter scegliere cosa fare del proprio corpo, e che si vigili costantemente affinché tale diritto sia rispettato e garantito in ogni sua dimensione. La battaglia per l'aborto libero e sicuro è, in ultima analisi, una battaglia per la piena cittadinanza e l'autodeterminazione.

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